Perché non bisogna fidarsi di chi ci vuole far uscire dall’Europa

Esistono alcune considerazioni meramente pratiche che spiegano perché non bisogna fidarsi di chi ci vuole far uscire dall’Europa.

In questo particolare momento storico ci stiamo confrontando con almeno due tipi di spinte secessioniste applicate all’Unione Europea: Una esterna, proveniente soprattutto da Stati Uniti (in particolare con il nuovo orientamenro portato dall’amministrazione Trump), Russia E, in qualche, modo Cina, ed una interna. Quest’ultima legata ad alcuni movimenti politici come quelli pro Brexit in Gran Bretagna, la destra Lepenista francese o il M5S e la Lega di Salvini in Italia.

Le considerazioni, peraltro estremamente elementari, che si deducono da alcuni dati meramente numerici, se da un lato fanno capire bene il perché dell’esistenza delle prime, dall’altro evidenziano anche la superficialità ed il masochismo delle seconde.

L’UE rappresenta un mercato unico di circa 443,4 milioni di persone ( già detratte dei 64,8 milioni fuoriusciti con la Brexit), con un potere di acquisto medio intorno ai 30.000 USD/Anno. Per dare un’idea sulla portata di questo valore, gli Stati Uniti rappresentano un mercato di circa 319 milioni di persone; la Russia di 144 milioni di persone (peraltro con un PIL pro capite di circa 14.611 USD/anno) e la Cina, senza dubbio il mercato più numeroso, vanta circa 1.4 miliardi di persone, ma con un PIL pro capite di appena 6.807 USD/anno (l’Italia si ferma a poco meno di 60 milioni).

Cosa ci deve far pensare questo dato? Che il mercato dell’Unione Europea ha una assoluta rilevanza, anche paragonato quello interno statunitense, russo o cinese e che rappresenta un competitor credibile per le altre piazze mondiali. A differenza di molti altri settori di politica comune, gli aspetti commerciali e del mercato unico sono quelli che hanno maggiormente avuto successo nella storia europea, tanto che oggi l’unica vera leva che l’Europa può usare nei rapporti esterni è proprio quella economica.

Da qui è fin troppo facile capire perché all’esterno si prema per sbriciolare l’Unione Europea: un conto è trattare con una entità di dimensioni assimilabili alle tue, tutt’altra cosa è avere a che fare con mercati di grandezza 10 o 20 volte più piccole delle tue. Quindi, quando i vari Trump o Putin auspicano la fine dell’Unione Europea, lo fanno non certo perché hanno a cuore le sorti dei popoli del vecchio continente (mai giocato a Monopoli? se qualcuno vi suggerisse che fareste bene a non tenere insieme Parco della Vittoria e Viale dei Giardini probabilmente gli fareste una grassa risata in faccia)

Veniamo ora alla visione dei “secessionisti interni”, soprattutto nostrani (e questi sono veramente incomprensibili). Nei dibattiti nazionali l’Unione Europea dovrebbe essere abbandonata per dar vita a politiche nazionali maggiormente protezionistiche e svincolate dalla regolamentazione comune dei debiti e della gestione monetaria della BCE, sulla falsa riga di quanto dichiarato nella campagna elettorale di Trump.

Pur volendo far finta per un istante che le politiche protezionistiche sbandierate siano efficaci, è del tutto evidente che gli effetti su un mercato unico europeo sarebbero esponenzialmente maggiori rispetto a quelli su singoli mercati nazionali: ad esempio la capacità di imporre ad aziende e multinazionali la produzione interna a pena di dazi dipende essenzialmente dalla capacità di esercitare pressione sulle aziende medesime ed è lapalissiano che un mercato di 450 milioni di persone esercita più pressioni di uno di neanche 60 milioni. Quindi chi propone una ricetta americana per l’Italia o non sa di cosa parla o è in malafede.

La principale molla di chi spera nella fuoriuscita dall’Unione Europea è l’Euro (e il fatto che da esso dipenderebbe il significativo calo del potere di acquisto degli italiani).

A questo proposito bisogna però capire due cose:

1 Allo stato attuale non è ipotizzabile una rinuncia alla moneta unica senza una rinuncia in toto all’Unione Europea. Questo sia perché giuridicamente è un aspetto in cui i trattati dell’Unione sono vincolanti, ma anche e soprattutto per motivi di sopravvivenza economica del Paese.

Questo secondo aspetto vale per tutti gli stati in maniera identica? No. Probabilmente la Germania o la Gran Bretagna potrebbero uscirne con perdite relativamente accettabili, almeno sul breve periodo (e, viste le vicissitudini al limite del grottesco conseguenti alla brexit non è assolutamente scontato).

L’Italia però è un paese particolarmente esposto al rischio speculativo, con fondamentali macroeconomici problematici e, soprattutto, un debito pubblico estremamente elevato. Tutti aspetti che ci renderebbero bersaglio privilegiato degli squali finanziari (a proposito…presente quel detto secondo cui l’Italia sarebbe troppo grande per poter fallire? bene, vale finché siamo collegati al resto delle nazioni europee che rischieremmo di portare a fondo con noi…non certo da soli).

Tutto ciò senza contare le difficoltà pratiche dell’effettivo passaggio Euro/Lira in tutti i settori pubblici e privati. Si pensi ad esempio a tutti coloro che hanno oggi prestiti in Euro, la cui conversione, specialmente da banche estere, andrebbe rinegoziata (famiglie, imprese ecc).

Se non siete convinti fate questo ragionamento semplice: avete 1000 € da investire (tutti i vostri sudatissimi risparmi) e potete scegliere di investirle entro oggi, o in titoli di stato tedeschi o in titoli di stato italiani (non siete tesorieri di un grande partito del Nord quindi non potete investire in diamanti, mi spiace), sapendo già che da domani l’Italia abbandonerà Europa ed Euro per tornare ad una politica monetaria nazionale e alla Lira. Sinceramente, dove investireste i VOSTRI soldi? Ad oggi non ho ancora incontrato una solo folle che mi abbia risposto “nei titoli italiani”.

2 La colpa è tutta veramente dell’Euro? e ancora, se non fossimo mai passati alla moneta unica saremmo stati meglio?

Attribuire la colpa dei mali nazionali all’Euro è una semplificazione falsa, utile semplicemente a individuare un facile capro espiatorio su cui far convogliare le ire popolari.

Certo la conversione Lira/Euro ha causato problemi in Italia, a causa soprattutto di un tasso che nei fatti è stato in breve di 1 a 1. D’altronde senza l’ingresso nell’Euro e le politiche di risanamento del debito intraprese a partire dagli anni 90, non è difficile intuire come la probabile conseguenza delle politiche economiche e monetarie nazionali sarebbe stata un default abbastanza rapido.

A ciò si aggiunga che il dimezzamento del potere di acquisto sarebbe in ogni caso arrivato a causa dell’inflazione che, ai “bei tempi” della Lira galoppava a due cifre (nel periodo 1973-1984 l’inflazione viaggiava stabilmente sopra al 10%, con punte oltre il 21% nel 1980. Ha iniziato a stabilizzarsi solo dagli anni novanta, quando è iniziato il percorso di ingresso ad una moneta comune europea)

Il miraggio che viene proposto, ossia che tornando alla Lira l’italiano medio tornerebbe anche ai “fasti” degli anni 80, quando tutti spendevano di più e stavano meglio è una favola degna delle promesse di facile arricchimento che si avrebbe sotterrando monete d’oro nel campo dei miracoli (Il gatto e la volpe ricordano nulla?).

A chi va per mare insegnano subito che, in caso di emergenza, bisogna rimanere a bordo della nave il più a lungo possibile, perché in mezzo ad un mare agitato è sempre meglio stare su una nave grande, anche se in difficoltà, che sopra ad una scialuppa.

Bene, anche se la “nave Europa” ha diversi problemi, a noi più di chiunque altro merita lottare per rimanere a bordo e provare a farla funzionare, perché il mare è in tempesta e in caso di abbandono, la nostra è una delle scialuppe più piccole e malconce che ci siano.

Per chi volesse approfondire consiglio i seguenti link:

Angelo Baglioni

Lorenzo Pinna

Paolo Guerrieri

PRODI E IL “PARTITO DEI RICCHI”: L’INCIAMPO DEL PROFESSORE

Prodi torna a parlare in TV di politica e del PD; lo fa a La7, a Piazza pulita con Corrado Formigli e nell’occasione, fra l’altro, afferma che “il PD non è più il partito dei ricchi” e che, in sostanza, la nuova direzione è molto diversa dalla precedente.

Lo dice imboccato da quel vecchio volpone di Formigli, che gli serve la portata con delicatezza, chiedendogli espressamente se il PD debba cambiare l’idea che di se da di essere, appunto, un partito dei ricchi, ma certo il professore, non certo un neofita della politica, avrebbe potuto, volendolo, aggirare agilmente l’ostacolo, magari ribattendo che il PD non è mai stato il partito dei ricchi, o che questa impressione, anche se diffusa, è comunque sbagliata.

Invece ha preferito cavalcare il momento, accogliendo la tesi che andrebbe relegata al recente passato, visto il “netto cambiamento di rotta” degli ultimi tempi.

Viene quindi da chiedersi, veramente prodi pensa che il PD fosse un partito ad uso e consumo delle classi agiate? E se sì, da quando?

Fino all’inizio del 2013 probabilmente Prodi non riteneva il PD poi così apertamente schierato in favore dei ricchi: nel gennaio di quell’anno il Professore fu infatti scelto come candidato alla presidenza della Repubblica proprio dal PD, candidatura che fu accettata di buon grado senza alcuna puntualizzazione circa la fastidiosa vicinanza ai poteri forti del PD.

La candidatura tuttavia non andò a buon fine; 101 franchi tiratori impedirono l’elezione, infliggendo l’ennesima umiliazione al padre nobile del centro sinistra nazionale. Da quel momento, forse, il PD inizia nella mente di prodi la propria trasformazione in partito dei ricchi.

Al di là di tutto, prima ancora di dire se la “nuova direzione” stia portando il PD a non essere più il partito associato ai ricchi, bisognerebbe capire se lo sia mai stato precedentemente o se, magari, la cosa derivi da una percezione anche un po’ creata ad arte.

Alcuni dati che sembrano indirizzare verso una lettura del PD come partito “classista” in effetti ci sono: le innumerevoli analisi del voto che individuano una diminuzione netta dei consensi nella classe operaia, nelle periferie, nelle campagne a dispetto di un incremento nei centri cittadini; l’incremento di consenso che le zone più popolari hanno attribuito a lega o al Movimento 5 Stelle, potrebbero essere in effetti tutti indicatori che, mantra onnipresente in ogni esame post sconfitta, il PD si sia allontanato dalla gente (qualsiasi cosa questa frase voglia dire). Non sarebbe del resto una gran sorpresa se una frase del genere fosse arrivata da una assemblea di circolo, o da una intervista presa in qualche piazza.

Il problema è che a parlare in questo modo è Romano Prodi, detto il Professore.

E’ un problema perché, a voler ben guardare come questo “mito” del partito dei ricchi è nato ed ha man mano preso piede, prima nei mezzi d’informazione, poi nella vulgata popolare, è abbastanza intuitivo ricondurre il tutto ad alcuni punti nodali.

Stiamo parlando ovviamente del periodo di Renzi segretario; fino a quel momento come abbiamo visto la problematica non era così avvertita, almeno da parte di Prodi, nonostante le elezioni politiche di quel 2013 fossero state abbastanza disastrose per il PD che, in vantaggio in tutti i sondaggi in campagna elettorale, aveva assistito abbastanza scioccato alla rimonta di Berlusconi ed al risultato sorprendente dei 5 Stelle.

Dopo quel momento nefasto, la nuova segreteria del PD, quella di Renzi appunto, è stata accolta con un favore iniziale, tanto importante fra la gente, quanto era marcato la diffidenza nei vertici del partito. C’è da dire che Renzi e i suoi hanno fatto ben poco per conquistare “cuori e menti” della vecchia dirigenza, per lo più trattata come zavorra di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

La situazione economica del Paese era inizialmente tutt’altro che florida e le politiche economiche portate avanti da Padoan lasciavano poche speranze a chi sperava di far breccia nelle borgate popolari grazie alla spesa pubblica.

Non che qualche tentativo di sostegno alla domanda non sia stata fatta; provvedimenti come i vituperati 80 euro, il bonus cultura, il bonus per gli insegnanti, in fondo sono null’altro che questo, pur con i molti limiti di applicazione concreta dimostrati.

Allo “story-telling” renziano, termine altrettanto vituperato che gli 80 euro, si è iniziata a contrapporre una narrazione opposta, di un partito sempre più lontano dalla “gente”.

Pazienza se, in fondo, sui diritti sociali, dal fine vita, alle unioni civili, qualcosa di concreto sia stato fatto; pazienza anche se questa narrazione sia stata molto vantaggiosa per le opposizioni, Lega e 5 Stelle forti della verginità dovuta a non aver mai appoggiato alcun governo tecnico in testa a tutti.

Il problema reale è che questa narrazione ha iniziato ad essere patrimonio anche di una parte dello stesso PD, in parte (forse) per convinzione, in parte (probabilmente) per sistemare alcuni conti in sospeso.

Che il PD si fosse trasformato nel partito delle banche (e dei banchieri) è stato uno dei motti nati dopo la vicenda Banca Etruria e sposato anche da una parte della minoranza interna, la stessa che, in quel momento, era ben disposta a far fuori il PD stesso, pur di far fuori (politicamente, s’intende) Maria Elena Boschi.

La cosa è talmente banalmente vera che, da un lato le questioni personali del padre della Boschi si sono rivelate penalmente del tutto irrilevanti e, dall’altro, il “Governo del cambiamento”, messo di fronte a nuove crisi bancarie, ha reagito copiando (ma sarebbe meglio dire plagiando) in toto, i provvedimenti del precedente esecutivo.

La questione “banche” è solo una di quelle che hanno contribuito a creare quest’immagine snobista del partito; una altra, ad esempio, è stata l’avversione spinta che i sindacati di categoria hanno avuto verso “la buona scuola”, una riforma con dei limiti, certo, ma anche con alcuni punti interessanti, e nata da un presupposto doveroso (anche se in parte disatteso): stabilizzare i molti precari del comparto.

Difficile dire quanto in quella avversione ci fosse una reale convinzione del mondo sindacale, e quanto invece abbia contribuito una mera “lotta di potere” sul controllo del Ministero in cui, da sempre, le forze sindacali avevano dimostrato grande influenza. Sta di fatto che dopo la nomina della nuova Ministra (Fedeli), personaggio di diretta derivazione sindacale, la polemica si è man mano acquetata.

Il danno era tuttavia già stato fatto: quei motti, lanciati a volte per questioni interne di schieramento, hanno attecchito sull’opinione pubblica, diventando per di più le parole d’ordine di Lega e 5 Stelle. Ormai qualsiasi cosa nascesse dai banchi del Governo diventava automaticamente un provvedimento in favore di qualche élite o potere forte: ma vogliamo parlare della “annosa questione” dei sacchetti di plastica bio?

In tutto ciò, sia chiaro, Renzi e i suoi non sono privi di responsabilità: quantomeno non hanno capito fino in fondo la pericolosità che rivestiva il gestire le questioni con la minoranza interna con sufficienza e superiorità; non hanno nemmeno percepito fino in fondo, almeno all’inizio, quanto la narrazione della conduzione elitaria stesse realmente attecchendo in certi strati di paese; hanno aperto troppi fronti, sopravvalutando le proprie forze. In pratica si sono fatti prendere da quella che in termini cestitici verrebbe definita “sindrome della mano calda”: quando vinci ti autoconvinci che puoi solo continuare a vincere.

Ecco perché quello di prodi è stato un inciampo notevole: perché lui, dalla propria posizione di “padre nobile”, dovrebbe per primo rifiutare la tesi del “partito dei ricchi” resistendo alla tentazione di buttar via anni di esperienza del partito per eliminare alcune figure protagoniste di quegli anni; dovrebbe, in sostanza, parlare da professore, se vuole riappropriarsi di un ruolo che storia e capacità certamente gli danno.

Ecco perché il PD non dovrebbe fare l’accordo coi 5 Stelle

Sei buoni motivi per i quali il PD non dovrebbe fare l’accordo con i 5 Stelle.

Il nuovo giro di consultazioni, portato avanti dal Presidente della Camera Fico, ha il mandato espresso di valutare la fattibilità di una alleanza di governo fra 5 Stelle e Partito Democratico.

Il tutto nasce, come dovrebbe essere noto (anche se spesso viene omesso nel commento) dopo il fallimento di un analogo tentativo posto in essere dalla Presidente del Senato Casellati per un accordo fra 5 Stelle e centrodestra, affondato miseramente dopo aver urtato l’icebrg di Arcore.

La cosa che più sorprende di questo secondo tentativo è la spinta, anche mediatica, che una buona fetta di commentatori cercano di dare alla riuscita dell’accordo. Sentendo parlare un Travaglio a caso in questi giorni pare quasi che il Governo 5 Stelle/PD sia l’unica soluzione auspicabile, ed anzi quella predestinata fin dall’inizio (e già il fatto che l’idea piaccia a Travaglio dovrebbe far nascere qualche sospetto nella dirigenza PD…)

Ci sono però numerosi motivi per i quali il PD non dovrebbe fare questo accordo:

  • Primo fra tutti (e più evidente) l’estrema incompatibilità delle 2 forze politiche.

5 Stelle e Partito Democratico non hanno niente -veramente niente! (e non so come sottolineare la cosa a sufficienza) in comune. I 5 Stelle nascono anzi come forza alternativa proprio al PD, che definiscono in più occasioni come “il male assoluto” (qualcuno ricorda la raffigurazione a piovra a “piovra” che del PD veniva fatta..o le frasi di Di Battista secondo cui “non esiste un PD buono ed uno cattivo, se sei del PD, sei parte del PD e sei parte di un sistema pericoloso che ha impoverito questo Paese”).

Non si tratta solamente di non fare un accordo per via  degli insulti diretti ricevuti (che comunque se permettete un peso lo hanno…via, non puoi umanamente fare un accordo convinto con chi ti definisce “un cancro della democrazia da estirpare”); il punto soprattutto è la distanza siderale nei programmi e nelle idee. Non importa quanta mediazione può essere fatta per inibire i programmi dell’uno e dell’altro e arrivare ad una sorta di compatibilità, un Governo 5 Stelle/PD non potrebbe che essere percepito come l’espressione massima dell’incoerenza.

  • Secondo, e direttamente discendente dal punto precedente, l’effetto sugli elettorati di entrambe le forze politiche.

C’è una quota di elettorato che è talmente fidelizzata da seguire e giustificare ogni scelta politica. In questo l’elettorato pentastellato è certamente quello che ha una quota maggiore di fedelissimi.

Per il resto degli elettori però (e per il PD stiamo parlando credo della maggior parte di quelli rimasti) un accordo di Governo con i 5 Stelle sarebbe del tutto indigeribile. Prima ancora dei parititi, sono proprio gli elettorati ad essere incompatibili: chi ha votato PD alle ultime elezioni, nonostatnte tutto, ha votato una forza che si poneva come completa antitesi dei 5 Stelle. Dopo un Governo assieme a loro, sarebbe veramente dura richiedere il voto a queste persone. Del resto chi ha già spostato il proprio voto dai democratici ai 5 Stelle, non tornerebbe di certo indietro per un appoggio ad un Governo comune. Un bell’accordo a perdere quindi.

  • Governo per fare cosa? 

Anche fosse, cosa dovrebbe o potrebbe fare un Governo simile? Difficile poter contare su una coerenza programmatica dei 5 Stelle che, nell’ultimo periodo hanno gia rivoluzionato gran parte del loro programma. Un Governo per fare il reddito di cittadinanza? per tenere quale posizione sull’europa? e sulle questioni del Mediterraneo centrale? Mediaticamente passerebbe esclusivamente per un Governo per “tirare a campare e non tirare le cuoia”.

Il master message che dal lato 5 Stelle stanno cercando di far passare è “non una alleanza (non sia mai…), ma un contratto su punti di programma.

La domanda è, come possono esistere punti di programma significativi e compatibili fra due forze che si snono sempre dichiarate antitetiche?

Lo scenario più probabile sarebbe quello di un Governo estremamente litigioso e, con tutta probabilità, di breve durata, pagato con un bagno di sangue elettorale alle prossime elezioni.

  • Sarebbe un suicidio politico

Facile da immaginare l’effetto di un accordo del genere: 5 Stelle e PD formano un Governo ingestibile e di scarsissimi risultati, lasciando il centrodestra (unito e già forte) indisturbato a sguazzare in una opposizione facile e distruttiva di cui già intravediamo le linee guida: “..il governo dei secondi e dei terzi..” , “l’ennesimo complotto per stravolgere la volontà popolare” ecc.

In effetti non sarebbe poi difficile far passare il messaggio che il PD si alleerebbe con chiunque pur di non perdere i posti di potere o di andare alle elezioni.

Risultato, alle prossime elezioni il centrodestra ancora unito stravince da solo.

  • L’idea di trattare per far emergere le contraddizioni dei 5 Stelle è una boiata.

Una posizione che qualche esponente del PD sta tenendo è quella di portare avanti una trattativa che faccia emergere le incoerenze intrinseche dei 5 Stelle.

Ora, l’idea sarebbe quella che un Partito con profonde discussioni interne, già provato da recenti spaccature e con una dialettica interna estremamente sviluppata (anche troppo forse), porti in contraddizione e quindi a delle spaccature, un movimento monodiretto, senza alcuna dialettica di partito e in cui esponenti e militanti non hanno praticamente battuto ciglio ai continui cambi di posizione di fatto su ogni aspetto del programma. Questa cosa sembra un po come voler piegare un coltello caldo con un panetto di burro e, ad occhio e croce, l’unico dei due che ne uscirà dilanianto sarà proprio il PD. Se i dirigenti del PD non riescono a capire questo, allora il PD ha un problema più grosso della mera emorragia di voti, che ha a che fare con la preparazione e la capacità di avere una visione politica della propria classe dirigente.

Salvini, lui si a capo di una coalizione con enormi contraddizioni interne, ringrazia sentitamente.

  • Perché Alfano e Verdini si e i 5 Stelle no?

La differenza fra le due situazioni è evidente: Alfano e Verdini erano (e poi nei fatti si sono dimostrati) referenti esclusivamente parlamentari, senza un vero e proprio elettorato a cui rendere conto. Tant’ è che hanno votato provvedimenti molto distanti dal loro orizzonte politico (vedasi ad esempio legge sul fine vita o sulle coppie di fatto…).

In quel caso peraltro, l’appoggio nasce, per riduzione, da un appoggio ancora più ampio nato dopo la caduta del Governo Berlusconi, al cd Governo tecnico di Monti, poi trascinatasi dopo le elezioni del 2013.

Con i 5 Stelle ormai si sono instaurate delle dinamiche talmente divergenti che, probabilmente, sarebbe più verosimile un Groverno di coalizione Israele/Palestina.

La palude delle consultazioni: a che punto siamo

Il giro di consultazioni appena concluso pare aver confermato un nulla di fatto per la formazione del nuovo governo.
Tuttavia alcune indicazioni differenti dal giro precedente sono arrivate.
Intanto la strategia dei 5 Stelle sembra ad un punto morto: il movimento non è riuscito né ad incunearsi fra la Lega ed i suoi alleati, né a far ammorbidire la posizione del PD. C’è da dire che la partita pre Governo è stata giocata da Di Maio in maniera molto più dilettantistica di quanto non lo sia stata la campagna elettorale. Sperare che Salvini, dopo aver ottenuto lo scettro della coalizione di centrodestra da Berlusconi, lo scaricasse per diventare il gregario dei 5 stelle è vivere in un altro pianeta, anzi, in un’altra galassia. E questo nonostante continui a ritenere che, sul piano programmatico, non esista una alleanza più omogenea di quella fra Di Maio e Salvini (che paradossalmente ha in molti campi posizioni più vicine ai 5 stelle che ai propri alleati di coalizione).
In queste ore i 5 Stelle sembrano un po’ all’angolo. Del resto in quell’angolo ci si sono piazzati da soli con veti e con una campagna elettorale (ma direi con una esistenza politica) fondata essenzialmente sulla delegittimazione dei competitor.
Salvini ha giocato le sue carte decisamente meglio: Ha ottenuto la leadership di coalizione, così che il proprio 17% conta in realtà come un 37%. Ha mostrato disponibilità su altri nomi rispetto al proprio per l’incarico a Palazzo Chigi (a differenza di Di Maio che si è sempre mostrato estremamente rigido su questa possibilità) e, di fatto ha accreditato le proprie posizioni come le più probabili per la formazione di un Governo.
Berlusconi anche questa volta ha dimostrato di saper giocare molto bene le proprie carte, pur non avendone di eccellenti. L’incoronazione di Salvini gli ha di fatto permesso di rimanere attaccato al treno leghista, allontanando, almeno per il momento, la possibilità dell’oblio e restituendogli una centralità politica inaspettata (complice anche la situazione internazionale deterioratasi rapidamente).
Il PD sta tenendo botta nella propria posizione: indisponibilità a governi retti da 5 Stelle o Lega (anche se in apparenza il veto ai 5 Stelle è più forte di quello alla lega). Del resto, nonostante alcune posizioni differenziate (vedi Emiliano o Franceschini), sarebbe difficile giustificare un appoggio al governo di Di Maio, ciò nonostante gli imbarazzanti auspici di sotterrate asce di guerra o roba simile provenienti dal Movimento che ha definito poco prima lo stesso PD come il male assoluto. Della serie cosa non si fa spinti dalla disperazione.
Come si esce da questa situazione?
Se la matematica rimane, almeno quella, come valore assoluto, per formare un Governo occorre che cada ancora qualche veto: O la Lega accetta in coalizione il PD (ammesso che il PD accetti di sostenere un Governo di Centro destra), o i 5 Stelle tolgono il veto a Berlusconi. In entrambi i casi però il rischio è che la posizione di chi rimane fuori da un Governo di questo tipo sia enormemente avvantaggiata.
Altra possibilità, che però prevede un ragionamento politico dei 5 Stelle (il che di per se la rende mera eventualità): Di Maio accetta di fare un Governo cedendo palazzo Chigi alla Lega, offrendo quindi a Salvini un indennizzo per il fatto di dover rompere la coalizione con Berlusconi. A queste condizioni, forse, Lega e 5 Stelle potrebbero accordarsi per fare un Governo.
Poi capire se un Governo Lega-5 Stelle, in questo momento storico, con questa situazione internazionale, sia meglio che nessun Governo, questo è un altro discorso.
Ai posteri l’ardua sentenza.

M5S e la verginità perduta

E’ fatta, doveva succedere, è successo. Da oggi le posizioni non saranno più quelle di prima, e in fondo è una buona notizia.

Le presidenze di Camera e Senato sono state decise grazie ad una trattativa fra Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia. Un normalissimo do ut des fra forze politiche che, chi piu chi meno, sono risultate vincitrici alle elezioni politiche. Un accordo, grazie al quale i 5 Stelle ottengono la poltrona di Presidente della Camera per Fico e, in cambio, accettano di votare la Casellati al Senato.

Romani non andava bene perché impresentabile; la Casellati lo è stata considerata di meno, ammesso che l’essere impresentabili sia soggetto a graduazione.

Per inciso però la Casellato fu a suo tempo giudicata impresentabile. Lo era perché fedelissima di Berlusconi e Ghedini, ideatrice fra gli altri della strategia difensiva nel caso di Rubi. Lo era perché durante il periodo come Sottosegretaria aveva fatto assumere la figlia al Ministero. Lo era quando Travaglio in trasmissione le urlava contro, applaudito dal popolo grillino.

Oggi non lo è più e, lo voglio sottolineare, non ci trovo nulla di così aberrante: volevano una presidenza per la quale gli servivano voti da altri. Per averla hanno accettato di rivalutare una posizione passata. Hanno trattato, cosa che in politica è fatto del tutto normale.

Ma…(si perché c’è un bel ma)… da oggi basta accuse a chiunque di inciuciare. Si chiama trattare, quando lo fa il movimento e quando lo fano gli altri.

Basta far finta di essere qualcosa di differente. Basta sentenziare contro chiunque dall’alto di una presunta superiorità morale che non c’è.

Per governare bisogna avere una maggioranza; per avere una maggioranza bisogna trattare e in politica tutti trattano. Da oggi il “tutti” comprende anche i 5 Stelle.

Certo perdere la verginità può far male e immagino che oggi fra i grillini ci sarà qualcuno che storce un po’ il naso; qualcuno che vede sparire lo spirito giacobino e purista del movimento. Se ne faranno una ragione nella consapevolezza che sia necessario a crescere come forza politica (forse).

Questa volta i seggi servono, tutti. Può capitare che si vada alla conta e per governare bisogna salvaguardarne il piu possibile. In quest’ottica anche gli impresentabili interni, quelli che avevano gia “firmato le dimissioni” possono essere riabilitati e ammessi nel gruppo. In fondo uno vale uno, soprattutto in Parlamento

Nonostante i meme in cui si dichiara di non voler trattare con Berlusconi, è così. Stop.

Diamo il benvenuto al Partito a 5 Stelle.

Liberi&Uguali? Ma de che…

Abbiate pazienza ma, pur nel marasma generale che questa campagna elettorale sta facendo venire a galla, io proprio Liberi e Uguali non lo capisco. Non è forse la formazione politica più indecente, non è quella più ignorante ma, almeno per me, è quella piu inutile ed incomprensibile e, per certi versi dannosa.

Certo c’è la Lega che sta toccando punte di ribrezzo come forse non aveva ancora mai toccato, c’è Silvio che quando palra impasta, non si ricorda più nemmeno come si chiama e spara cifre e numeri ad minchiam, ci sono i 5 stelle e la loro conclamata incompetenza generalizzata che ormai cazzottano (dal gergo marina, truccano, camuffano) anche i curriculum dei candidati, certo c’è Casapound o il Partito Comunista che nemmeno vorrei considerare per carità cristiana. Ma almeno tutte queste sono formazioni portatrici di idee (magari sbagliate, a volte indecenti), ma hanno qualcosa da dire…spesso da urlare in maniera sgrammaticata, ritengono di essere utili a cambiare un sistema che non funziona.

Liberi e Uguali no. Liberi e uguali, siamo franchi, è una enorme questione privata fatta nascere da politici uniti da un unico denominatore: fanxxlo Renzi. Il perimetro di Liberi e Uguali inizia e finisce qui. Stop.

Ok, la faccia è quella di Grasso: una faccia che non spaventa, anzi, una persona con meriti passati nell’antimafia; qualcuno che possa dare un volto rassicurante sull’operazione, che possa sorridere maliziosamente all’elettore di sinistra sussurrando “ma non ti vergogni a votare quel becero fiorentino invece che un uomo come me?“.

Ma il voto a Liberi e Uguali (che poi non ho capito perchè del famoso trittico rivoluzionario si siano dimenticati il valore della fratellanza…paura che con Fratelli Liberi e Uguali li prendessero per massoni?), non è un voto a Grasso: è semmai un voto a D’Alema e alla sua personalissima guerra con Renzi. E’ un voto per il vero progetto politico del Dalemismo attuale: far rosicare il PD renziano il giorno dopo le elezioni; fargli perdere quel tanto di voti che bastano per poter sogghignare sotto i baffi durante la prima intervista in cui potrà dire che lui lo aveva predetto.

E’ un voto a Bersani, uomo che una volta è stato anche un buon politico, il cui nome è forse legato all’unica reale lenzuolata di liberalizzazioni di questo paese, ma che ormai si è ingobbito ed incattivito sulla questione personale: qualcuno gli ha sottratto la “ditta” da sotto le mani, non ha ben capito come, ma non gli sta bene ed è un fatto che merita vendetta (che brutto quando la questione persononale uccide quella pubblica).

Francamente poi non capisco l’elettore della sinistra storica (lontana dalla mia provenienza certo, ma con una tradizione politica rispettabile), che oggi guarda questi ultimi anni di governo di centrosinistra con vergogna.

Non importa se siano riusciti a far digerire alla vasta e variegata maggioranza di governo provvedimenti come le unioni civili o la legge sul fine vita (ma voi vi ricordate quando ci provò Prodi? neanche il nome Pacs poteva sussurrare, dovettero inventarsi il nuovo acronimo, Dico, …e non servì a nulla).

Non importa se, finalmente, si sia intervenuti sull’omicidio stradale, un provvedimento che da solo vale una legislatura per quanto sia giusto.

Non importa se dopo gli attentati in europa, con gli esponenti politici che facevano a gara a chi dichiarava meglio guerra al mondo, il vostro Presidente del consiglio  abbia invece dichiarato che il terrore si combatte con la cultura piu che con le armi (dite la verità, sul momento avete tirato un sospiro di sollievo..pensavate di dover bombardare in giro come con D’Alema in Jugoslavia)

Niente, guai dire apertamente che, in fondo, se vieni dalla sinistra, questo governo non è stato così male. Non sarà che all’elettore di sinistra, in fondo in fondo, dei diritti fondamentali per cui si stracciava le vesti in piazza non interessa nulla e che fossero un modo come un altro per fare un po’ di sana protesta? No perché altrimenti non si spiega.

Non dico che dopo essere riusciti a far votare le unioni civili ai democristiani (roba da far impallidire Peppone) avrebbero dovuto portare il governo in trionfo, ma nemmeno rinnegarlo in questo modo.

“Eh ma la scuola..?.” , “Eh ma l’articolo 18?”….ok parliamone.

Cari elettori di sinistra, non dovei essere io a dirvelo ma:

  1. difendere l’articolo 18 mentre le industrie chiudono non serve a nulla;
  2. che che ne possiate dire della “buona scuola” (battute sul nome comprese), è un provvedimento perfettibile, ma con molti meriti, a partire dal fatto che ha invertito una tendenza di investimenti, e comunque anni luce migliore rispetto alla riforma Gelmini, per la quale non avete sbraitato poi tanto…
  3. Con un parlamento semi ostile, con cui Bersani non era stato in grado nemmeno di farsi dare l’incarico o di far eleggere un PdR, ma cosa pensavate di fare…di grazia aver portato a casa questi risultati.

Pensandoci bene però, Uguali in effetti lo sono: uguali a tutte le altre formazioni di sinistra, nate a scopo elettorale e morte il giorno dopo l’elezione.

Cari elettori di sinistra, a me pare che l’unica liberta che vi stia veramente a cuore sia quella di disfare sempre ciò che producete, la stessa libertà del marito che se le taglia per far dispetto alla moglie. Contenti voi.

 

 

Il complotto Rosatellum. O forse no

Come sempre, ciclicamente, prima di una elezione, o subito dopo per commentarne i risultati, anche questa volta l’argomento legge elettorale è tornato di gran carriera nei profili social e, più pomposamente, nei commenti degli addetti ai lavori.

Si, si, lo so. Parlare di legge elettorale è divertente quanto vedere le foto delle vacanze di vostra zia, ma un piccolo sforzo si può fare. Giuro, meno di 800 parole.

Le difficoltà a formare un Governo sono tutta colpa della legge elettorale? e la cosa è stata voluta da chi questa legge l’ha proposta?

Ancora: sarà o meno la prossima legislatura breve e al solo scopo di fare l’ennesima lege elettorale? e che legge elettorale verrà fuori?

Intanto, diamo per scontato che quando si parla di legge elettorale siano note le basi: sistema proporzionale, maggioritario, misto, premio di maggioranza, sbarramento e come scegliere una soluzione piuttosto che l’altra incidano sulla natura della legge stessa. In caso contrario puoi dare un’occhiata qui.

Veniamo a noi: il fatto che sia tanto difficile arrivare ad una maggioranza in grado di sostenere un governo è forse colpa di questa legge elettorale? Di fatto no. Il motivo è semplice: non esiste legge elettorale (costituzionale) che sia in grado di annullare il dato elettorale, ossia che nessuno ha , ad oggi,una maggioranza. Se non ti fidi puoi leggere questo interessante articolo pubblicato su You Trend che chiarifica il punto simulando i risultati, in termini di seggi, a parità di voti, con differenti sistemi elettorali.

Quindi no, mi spiace, questa storia che per colpa di una legge elettorale ingiusta viene sovvertito il volere popolare è una fesseria.

Da ciò, in successione causa effetto, deriva anche una uguae risposta alla seconda questione: nessun complotto finalizzato ad impedire il governo del popolo voluto dal popolo che tanto sarebbe piaciuto al Peppone di Guarechiana memoria.

Non che adori questa legge elettorale ma, fra i difetti che gli si possono imputare, non c’è certo la poca rappresentatività. E’ anzi un sistema misto che, a quanto è emerso chiaramente dalle elezioni, ha mostrato semmai forti limiti nella parte maggioritaria dei collegi uninominali.

Perché? Bhe, basta guardare i risultati per rendersi conto che il voto proporzionale ha trainato quello dei candidati uninominali e non il contrario (ci sono diversi esempi: la Pinotti che annaffia il collegio con commesse ai cantieri navali e, ciò nonostante, perde; candidati sfiduciati dal proprio partito eppure vincenti e si potrebbe andare avanti)

Questo squilibrio l’hanno di fatto pagato i candidati che, proprio in ragione della loro forte presenza sui territori, messi a correre nei collegi, sono stati travolti dall’andamento nazionale.

Quindi, come sarà la prossima legge elettorale? Tutti oggi promettono di modificare quella attuale e, visto lo scopo di migliorare la “governabilità”, probabilmente sarà fatto in senso maggioritario e con premio di maggioranza.

Le dichiarazioni delle due formazioni politiche uscite vincitrici dalle elezioni, M5S e Lega, sembrano però suggerire la possibilità di ritornare al voto subito dop aver cambiato l legge elettorale (io sono certo di averli sentiti anche dire che modificare la legge elettorale prima del voto è una bieca manovra per tentare di fare una legge pro domo propria, ma si vede che è una contestazione che vale solo quando la legge la votano gli altri).

L’ italicum, proposto a suo tempo dal PD era stato ideato proprio con queste caratteristiche, salvo il fatto che la Consultà ne abbia censurata l’incostituzionalità parziale sulla formazione del premio di maggioranza derivante dal ballottaggio.

Del resto, ancor prima che giuridicamente, l’italicum era stato bocciato politicamente da tutti i partiti che, allora si stracciarono le vesti conro una presunta deriva autoritaria, salvo poi stracciarsi oggi le ulteriori vesti a causa dell’ingovernabilità.

In effetti il M5S ha nella scorsa legislatura presentato un disegno di legge elettorale (che potete trovare qui) . Pccato però che questa proposta sia una legge a sistema proporzionale, con correzioni sul sistema spagnolo.

Ora, senza addentrarci nei dettagli, basti ricordare che in Spagna recentemente hanno dovuto votare due volte in pochi mesi perché il risultato non consentiva la formazione di un governo. Direi, non esattamente una legge che oggi risolverebbe la situazione di stallo esistente.

A questo punto mi chiedo, il Movimento, alla tanto desiderata e agognata prova di Governo, mantà ferme le proprie idee o la tentazione di vincere la partita a rubamazzo li convincerà a non considerare poi piu tanto autoritari certi meccanismi elettorali?

La differenza fra proporre e governare, in fondo, sta tutta qui.

Ai posteri l’ardua sentenza.

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe (parte 3, L’orale)

Se hai letto i post precedenti (qui e qui) sai gia tutto su come affrontare lo scritto, o meglio sai gia quel che ti posso consigliare per sopravvivere alla battaglia.

Ora però le cose si fanno dure sul serio, siamo ad inizio estate, escono i risultati degli scritti e…ci sei: quel 30, 30, 30, te lo sei guadagnato e adesso, soltanto adesso, ti rendi conto che il meno è fatto (o, per buttarla giu in maniera più figa, come dicono i Navy SEAL … The only easy day was yesterday).

Si perché, se per lo scritto oggettivamente è possibile individuare tutta una serie di accorgimenti per limitare al massimo lo sforzo massimizzando comunque la prestazione, l’orale, inutile che ti menta, è un bagno di sangue. Certo, un po la differenza la fa la Corte d’Appello, ma in ogni caso le percentuali di bocciature non sono incoraggianti più o meno ovunque.

Se sei arrivato fin qui, hai certamente una certa esperienza sui libri, quindi avrai necessariamente sviluppato un tuo metodo di studio che ti ha dato qualche soddisfazione. Ci sono però alcune differenze fra ciò che hai fatto fin ora e l’esame che stai per affrontare e vale la pena tenerne bene conto:

In primo luogo la dimensione dell’esame (banalmente la mole di pagine da studiare dovendo portare 6 materie contemporaneamente) rappresenta una sfida per chiunque. Non conosco nessuno che abbia affrontato la cosa serenamente, nemmeno persone di bravura indiscussa.

L’importanza della prova poi non può che aumentare la tensione: qui fallire non comporta ripresentarsi al prossimo appello, ma ricominciare una trafila snervante e massacrante che procrastina il tanto sospirato titolo di almeno un anno.

Date le brutte notizie, vediamo ora però qualche consiglio che, spero, potrà semplificare il lavoro:

  1. Il primo passo per superare l’orale sta nello scegliere consapevolmente le materie da portare. Non esiste una scelta migliore in modo univoco MA esiste il miglior compromesso per le caratteristiche di ciascuno, purchè si tenga conto di tre fattori chiave:
    • Affinità (oserei dire piacevolezza) delle materie scelte= probabilmente la penultima cosa che vorresti fare al mondo è sbatterti per mesi su dei libri di diritto, ma di certo l’ultima cosa che vorresti fare è farlo per una materia che detesti. Credimi, ogni pagina sarebbe un inferno. Prediligi ciò che ti piace di più a ciò che, per esempio, usi più spesso in studio (ad esempio, personalmente ho fatto pratica in uno studio che prediligeva il civile ma, avendo propensione migliore per le materie pubblicistiche, mi sono buttato su Penale e Procedura Penale, Costituzionale e Comunitario-la sola idea di passare mesi sul manuale di civile mi dava i conati…).
    • Lunghezza (ovvero brutalmente…quante pagine stai portando)= lo studio di sei materie è una maratona; portare 2-300 pagine in più o in meno alla fine FA una discreta differenza. Questo è un esame, non una olimpiade di tuffi in cui il coefficente di difficoltà può farti vincere una medaglia; qui conta una cosa sola….l’abilitazione. Personalmente quindi eviterei di cedere all’istinto di dimostrare quanto sia figo portando una selezione tipo Civile, Penale, le due procedure e…Commerciale: il passo fra figo e disastro annunciato è fin troppo breve (le 5 materie che ho detto le ho viste realmente portare…vi risparmio il finale)
    • coerenza delle materie= consiglio di portare una selezione di materie il più possibile coerenti e affini fra loro (tutte pubblicistiche ad esempio). Così facendo una parte del programa finirà per essere ammortato dalle basi comuni delle varie materie e, (cosa da non sottovalutare) gli eventuali spunti di domande collegate che la commissione può trovare, rimarrannò certamente nell’ambito delle materie portate (ho assistito ad un orale fatto su tutte materie pubblicistiche e internazionale privato. Da quest’ultima materia partono alcue domande collegate che ricadono in civile, scena muta dal povero malcapitato, bocciatura. Ok, non solo per quest’ultima domanda ma….perchè aprire il fianco così gratuitamente?).
  2. Calcola bene i tuoi tempi di studio. Se hai l’esame a febbraio (come è capitato a me) o anche più avanti, iniziare a pompare di brutto 7, 8 mesi prima potrebbe non essere la scelta migliore. La capacità di apprendimento e la resa mentale è rappresentabile con una curva (esattamente come la preparazione atletica). Occorre arrivare al momento dell’esame con la curva al proprio apice elevato. Motivo per cui partire troppo presto potrebbe paradossalmente peggiorare la situazione perchè ti fa arrivare stanco e deconcentrato all’esame.
  3. Preoccupati solo di ciò su cui puoi incidere. Ci sono stati tanti o pochi ammessi? la commissione vorrà bocciare tanto o poco? E se quella mattina sarò quarto e avranno promosso i primi 3? mi segano sicuro… Ok tutto questo è jamming! Escludilo dai tuoi pensieri. Primo perchè in gran parte si tratta di leggende metropolitante di cui, peraltro, esistono sempre versioni completamente opposte (meglio essere primi, no meglio ultimi… ecc). Secondo perché stai impiegando energie preziose su aspetti su cui hai potere di infuire pari a zero. Tanto varrebbe preoccuparsi se pioverà o ci sarà il sole.
  4. Metodo di studio. Ok, questo dipende solo da te. Studiare le materie in serie o in parallelo, fare schemi e riassunti o no, studiare soli o in compagnia. Come più ti aggrada e come sai di rendere meglio. Basta che ricordi a te stesso che in quei (3? 4? 5?) mesi il tuo scopo nella vita è lo studio. Magari inizia gradualmente, le prime settimane mezza giornata e poi incrementa. Basta che tu non prenda sotto gamba la cosa perchè, credimi my friend, sarà una esperienza massacratnte, fisicamente e mentalmente. Dormi quanto puoi; nelle fasi finali stacca la spina dal mondo (io ho disattivato l’account Facebook in quei mesi) e stop.
  5. in bcca al lupo!

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe in cui cercherò di condividere con te alcuni consigli utili per prepararti al meglio.

Se hai aperto questa pagina sei in una condizione in cui io e molti altri prima di te ci siamo già trovati, credimi so come ti senti e so quanto possa essere incredibilmente stressante la cosa.

L’esame da avvocato è senza dubbio una delle prove più estenuanti a cui ci si può sottoporre: chiunque ci sia passato sa di cosa parlo e tutti quelli che si stanno avvicinando all’evento lo attendono con ansia.

Vorrei condividere qui alcuni consigli utili, maturati sia grazie all’esperienza personale che al confronto con molti colleghi e amici che hanno partecipato, in modo da permettervi di affrontare al meglio la prova.

In fondo, se stai leggendo, o non lo hai mai dato e hai impellente bisogno di capire di cosa si tratta, o lo hai già dato e non è andata come speravi, motivo per cui, forse, devi modificare qualcosa nella preparazione all’evento.

Fase 1: Preparazione allo scritto.

Tralascio se e quanto sia importante partecipare ad uno dei famosi (e costosissimi) corsi di preparazione. Personalmente ho dovuto frequentarne uno perché reso obbligatorio dall’Ordine presso cui svolgevo la pratica, da cui comunque ho ricevuto alcuni spunti interessanti che mi sono poi tornati utili in durante le prove.

Ciò che invece mi preme evidenziare è un’altra cosa: è molto più importante preparare bene come scrivere un parere o un atto che studiare a fondo le nozioni di diritto e giurisprudenza.

Ho conosciuto persone che per prepararsi allo scritto hanno passato mesi sui manuali di Civile e Penale per cercare di essere preparati su ogni singolo istituto, senza peraltro trovare da ciò un gran giovamento, per almeno 2 motivi:

  1. L’esame da avvocato è una maratone snervante; la preparazione allo scritto è solo la prima tappa, peraltro non la più dura. Le energie spese inutilmente prima rischiano di essere energie mancanti dopo.
  2. Lo sforzo che richiede conoscere bene tutti gli istituti da un vantaggio nullo rispetto a quello estremamente più ridotto che attribuisce l’imparare ad usare bene il Codice commentato, all’interno del quale sono perfettamente descritti dalle varie sentenze tutti gli istituti di cui avrai bisogno (cosa che vedremo meglio nella fase “fare lo scritto”.

Quindi, come prepararsi al meglio per lo scritto? 3 consigli:

1 Scrivete molto, soprattutto pareri che difficilmente siamo abituati a scrivere nella normale attività di pratica forense.

Nel fare ciò individuate un vostro schema fisso per la redazione del parere, in modo che, prescindendo dal tema, abbiate già una ossatura fissa che vi agevola. Può sembrare una cavolata ma, credetemi, al momento dell’esame la testa va un po per i fatti propri, meno cose dovrete improvvisare e meglio sarà. Predisponete anche una frase di avvio “neutra”, abbastanza standardizzata da poter essere usata in ogni circostanza: non lo direste mai, ma il blocco da foglio bianco esiste veramente! Le prove che fate, fatele scrivendo a mano, usando i codici che userete all’esame ed il dizionario di italiano: la verità è che non siamo più abituati a scrivere testi lunghi a mano, ne a farlo senza correttori automatici ed è brutto scoprire la cosa la mattina dello scritto (potrete scrivere il miglior trattato di legge possibile, ma se la calligrafia fa schifo o se ci sono errori di ortografia o grammatica vi segheranno sempre!).

Ciò che scrivi fallo correggere a qualcuno, magari al dominus o a qualche collega di cui ti fidi: è sempre difficile dare giudizi obiettivi su ciò che scriviamo. Alla peggio fallo leggere a qualcuno, anche non competente in ambito di diritto, per farne valutare la chiarezza ortografica e la correttezza grammaticale (è una delle cose fondamentali!).

Fate anche simulazioni nei tempi previsti dalla prova: il giorno della prova il rendimento, a causa dello stress, dell’emozione o della stanchezza, è al massimo un 80% di quella possibile (anche meno). Più ti prepari,menò dovrai improvvisare al momento e minore sarà questo spread.

2 Più che studiare gli istituti di diritto, imparate ad usare il vostro codice e prendeteci una confidenza estrema.

Che ci crediate o no, avere il codice commentato è come avere un manuale, basta saperlo usare: quando mi preparavo per lo scritto, fra i colleghi il tema principale era su quale codice sarebbe stato più facile trovare “LA sentenza”. E’ l’ultimo dei vostri problemi! la famigerata sentenza viene sempre fuori, e alla fine non è essenziale per superare la prova. L’utilità del codice è un’altra. Ovviamente ogni parere è incentrato su un singolo istituto, mediamente circoscritto ad un singolo articolo di codice. Perfetto. Iniziando a leggere tutte le sentenze annotate e relative all’articolo e ampliando la lettura agli articoli limitrofi e collegati, troverete tutte le descrizioni di tutti gli istituti che vi servono, scritte spesso dalla Cassazione (quindi, si spera scritte molto bene), che potrete riutilizzare come più vi piace. Ve lo giuro, c’è scritto tutto! Io ho dato lo scritto nel 2009 e ho dovuto dare il cautelare anche nel 2010. Dovendo dare l’orale a febbraio, per il cautelare non mi è passata neanche per l’anticamera del cervello l’idea di studiare per lo scritto. Arrivato li è uscita una traccia di civile su un istituto mai sentito in vita mia (mi pare avesse a che fare con una concessionaria di auto). Fatto (ed è stato il voto più alto) semplicemente studiando al momento dal codice.

3 L’atto ha insidie da valutare bene prima

Se fate una pratica reale di certo una cosa che non vi manca è l’esperienza nel fare gli atti. Ci sono però cose da valutare onde evitare di trovarsi spiazzati all’esame. Intanto, scrivere un atto al PC, mediamente riscrivendo su un precedente, è ben diverso dallo scrivere a mano su un foglio bianco: tutta una serie di formule più o meno costanti non siamo abituati a scriverle (pare brutto ma la realtà, lo sappiamo, è questa), formule di stile, conclusioni, mandato…tutte cose che dobbiamo abituarci a scrivere a mano.

Aggiungo che, personalmente, io non andrei mai all’esame senza avere un minimo di confidenza su almeno due materie per l’atto: l’idea “io tanto farò l’atto di civile” e non avere idea di come si scriva un appello è un rischio. Ci possono essere mille motivi per cui l’atto che esce vi risulta difficile ed è sempre meglio non lasciarsi una opzione unica.

per la fase 2 (consigli per affrontare l’esame scritto) clicca qui

per la fase 3 (consigli su come affrontare l’orale) clicca qui

 

 

 

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe (parte 2 consigli per affrontare lo scritto)

Alcuni consigli pratici su come affrontare l’esame scritto da avvocato

Hai letto la parte 1 su come arrivare preparati ai giorni dello scritto (altrimenti se vuoi qualche consiglio clicca qui). Ok vediamo alcuni consigli fortemente pratici per sopravvivere a quei 3 giorni (4 con la consegna dei codici).

Ti ho già dato i consigli su come prepararti, quindi qui ti suggerirò solamente alcuni aspetti pratici, oserei dire pragmatici, su aspetti anche di basso livello ma che, credetemi, nel complesso incidono non poco sulla prova.

1 Cosa portare

Pensa questo: ciò che ti porti è un insieme chiuso e rappresenta tutti gli strumenti che hai a disposizione per affrontare la prova; accorgersi la che qualcosa ti avrebbe fatto comodo non è il massimo.

Ti dico ciò che a me ha è risultato estremamente utile.

  • Ovviamente i codici commentati, ovviamente un dizionario di italiano e ovviamente le eventuali raccolte di giurisprudenza che ti sei comprato (e fin qui nulla quaestio).
  • Portati, in aggiunta dei codici in versione tascabile, senza annotazioni: durate le ore in cui sarai seduto a quel banchino dovrai passare centinaia di volte da un articolo del codice all’altro. A fine giornata avrai probabilmente mal di testa e male agli occhi, aggirarti sui codici commentati sembrerà una sfida impossibile e una gran perdita di tempo. Avendo i codici tascabili sarà molto più agevole cercare gli articoli che ti servono, sia inizialmente quando stai inquadrando la questione nella tua mente, sia ogni volta in cui devi effettuare delle ricerche senza dover necessariamente controllare la giurisprudenza.

Puoi anche cercare tutti gli articoli che ti servono nel codice tascabile, segnarteli in un foglio e poi ritrovarli nel codice commentato. Per me, strumenti fondamentali!

  • Portati dei post it, possibilmente quelli stretti e lunghi, da usare come segnalibro: quando hai fretta non c’è cosa più snervante che ricercare per l’ennesima volta quell’articolo che ti serve e che pare sparito improvvisamente dal codice. Evidenziali tutti con un post it in modo da renderli immediatamente visibili e trovabili.
  • Sembra una banalità (sembra solamente…) ma assicurati di avere diverse penne uguali e abbastanza morbide (con tutti i casini che avrai quel giorno ti ci manca solo di finire la penna e non averne una uguale così che dovrai ricopiare tutto di nuovo). Ovviamente portati anche tutta la cancelleria che ti può essere utile (matita, gomma, appuntamatita ecc). Dico sembra…banale perché la tizia di fronte a me all’esame ha finito la penna a metà della copia di bella e, oltre a rompere le scatole a tutti quelli intorno a lei, ha dovuto ricopiare tutto da capo (mai nella vita!).
  • Portati un po di libagioni: ti prego, la schiacciata unta anche no!, cose veloci da mangiare, energiche e magari una bella confezione di pocket coffee (a me hanno salvato la vita). Ovviamente anche l’acqua, ça va sans dire.
  • porta un orologio o una sveglia da posizionare sul banco e che ti dica intuitivamente quanto manca e a che punto sei.

2. Dosa il tempo

Hai 7 ore, non sono né tante né poche, ma vanno dosate bene. Come fare?

Io non credo che esista una divisione univoca del tempo valida per chiunque. L’unico modo che hai per capire la TUA suddivisione ideale è aver fatto delle prove prima.

Alcuni punti fissi però ci sono, e secondo me sono:

  • prenditi un congruo lasso di tempo per leggere bene (bene!!!) le tracce e scegliere quale fare (la cosa peggiore che possa capitarti è iniziare un parere o un atto e a metà decidere che non fa per te e cambiarlo…mai nella vita!)
  • una volta scelta la traccia, rileggila ancora. Prima lo scopo della tua lettura era scegliere la traccia, adesso è capirla a fondo e evidenziare visivamente (con matita, evidenziatore…vedi tu) le cose importanti, gli istituti, la domanda. Come detto non esiste un limite temporale fisso, ma se inizi a scrivere prima di aver letto la traccia per almeno un’ oretta, probabilmente la hai letta poco e male.
  • cerca gli istituti sul codice tascabile e segnateli su un foglio. Poi inizia lo studio dei singoli articoli e della giurisprudenza sul codice annotato. Qui inizierai a immergerti nel problema e ad individuare la soluzione che vuoi proporre. Questa parte è forse la più importante, io non gli dedicherei meno di un paio d’ore.
  • Fatti uno schema del parere che vuoi scrivere: ricorda una cosa, la funzione dello schema è essenzialmente quella di verificare se ciò che vuoi dire ha una sua consequenzialità logica, non è uno schemetto da scuole medie in cui ti limiti a scrivere “introduzione, corpo, conclusioni”.
  • Se hai fatto tutto questo, adesso hai una idea chiara in testa (e in breve nello schema) di come buttare giù il parere o l’atto. Scriverlo sarà relativamente semplice.
  • Serve fare la brutta e poi ricopiare? Si, di massima non mi sentirei di dire il contrario. Personalmente però mi è capitato di scrivere il parere direttamente in bella. Se hai una idea chiara di cosa vuoi scrivere e sei a corto di tempo alle brutte puoi farlo (estrema ratio!). In ogni caso, se devi ricopiare tutto, ti servirà almeno 1-1,5 ore da dedicare (ricrda che scrivere richiede un tempo non comprimibile, puoi leggere più veloce, non scrivere più veloce).

3. Cose da tenere a mente nel parere/atto

La bontà di un parere non si misura né dalla lunghezza, né con il valore giuridico assoluto delle conclusioni.

Ciò che realmente conta è:

  • scrivere chiaro e in maniera corretta (l’italiano non è un optional). Credetemi, i commissari hanno poco tempo e ancor meno voglia di leggere i vostri ottimi scritti, se gli fornite una scusa perfetta per segarvi alla terza righa, perché magari non si capisce una mazza o c’è un’ h sbagliata a loro non pare il vero (comunque riga si scrive senza h, se non lo avete notato qui sopra, avete un problema).
  • Sviluppare lo scritto in maniera coerente: deve essere un percorso che inizia dal “problema”, prosegue con una analisi giuridica da cui deriva una conclusione che necessariamente deve essere coerente con l’analisi fatta (Dio di tutti gli errori è strutturare una analisi per poi inserire conclusioni contrarie, magari perché tutti intorno a voi hanno concluso così). Giuro, avete più possibilità di passare con uno scritto che sostiene bene conclusioni minoritarie che con uno del tutto incoerente con conclusioni infilate come un fungo.
  • Le citazioni, soprattutto della giurisprudenza: sono fondamentali, ma vanno sapute usare. Vanno messe per dare autorevolezza a ciò che si scrive MA spararle ovunque non non serve a nulla. Meglio usarle come mero sostegno di qualcosa che si sostiene (del tipo … i criteri su cui si basa la determinazione di un assegno di mantenimento sono evidentemente……..del resto alle medesime conclusioni è giunta anche la Corte di Cassazione …Sent nr____). Pare una banalità ma dire ..è cosi perché lo dice la Cassazione e…l’istituto va interpretato cosi, del resto anche la Cassazione si esprime così…non è la stessa cosa.

Aggiungo, meglio uno scritto più sintetico, ma lineare e motivato che un capolavoro di n facciate. Una delle scene che ho visto più spesso sono persone, anche brave, convinte di aver fatto uno scritto da 105 almeno e poi bocciate.

Ultimissima questione: concentrate le vostre energie solo su cose in cui potete incidere: pensare a quale commissione correggerà, a se esista o meno una percentuale fissa di bocciati…non vi serve a niente, tanto non potreste comunque farci nulla.

In bocca al lupo….. magari ci rivedremo per gli orali

Per qualsiasi domanda scrivetemi pure in privato.