Perché non bisogna fidarsi di chi ci vuole far uscire dall’Europa

Esistono alcune considerazioni meramente pratiche che spiegano perché non bisogna fidarsi di chi ci vuole far uscire dall’Europa.

In questo particolare momento storico ci stiamo confrontando con almeno due tipi di spinte secessioniste applicate all’Unione Europea: Una esterna, proveniente soprattutto da Stati Uniti (in particolare con il nuovo orientamenro portato dall’amministrazione Trump), Russia E, in qualche, modo Cina, ed una interna. Quest’ultima legata ad alcuni movimenti politici come quelli pro Brexit in Gran Bretagna, la destra Lepenista francese o il M5S e la Lega di Salvini in Italia.

Le considerazioni, peraltro estremamente elementari, che si deducono da alcuni dati meramente numerici, se da un lato fanno capire bene il perché dell’esistenza delle prime, dall’altro evidenziano anche la superficialità ed il masochismo delle seconde.

L’UE rappresenta un mercato unico di circa 443,4 milioni di persone ( già detratte dei 64,8 milioni fuoriusciti con la Brexit), con un potere di acquisto medio intorno ai 30.000 USD/Anno. Per dare un’idea sulla portata di questo valore, gli Stati Uniti rappresentano un mercato di circa 319 milioni di persone; la Russia di 144 milioni di persone (peraltro con un PIL pro capite di circa 14.611 USD/anno) e la Cina, senza dubbio il mercato più numeroso, vanta circa 1.4 miliardi di persone, ma con un PIL pro capite di appena 6.807 USD/anno (l’Italia si ferma a poco meno di 60 milioni).

Cosa ci deve far pensare questo dato? Che il mercato dell’Unione Europea ha una assoluta rilevanza, anche paragonato quello interno statunitense, russo o cinese e che rappresenta un competitor credibile per le altre piazze mondiali. A differenza di molti altri settori di politica comune, gli aspetti commerciali e del mercato unico sono quelli che hanno maggiormente avuto successo nella storia europea, tanto che oggi l’unica vera leva che l’Europa può usare nei rapporti esterni è proprio quella economica.

Da qui è fin troppo facile capire perché all’esterno si prema per sbriciolare l’Unione Europea: un conto è trattare con una entità di dimensioni assimilabili alle tue, tutt’altra cosa è avere a che fare con mercati di grandezza 10 o 20 volte più piccole delle tue. Quindi, quando i vari Trump o Putin auspicano la fine dell’Unione Europea, lo fanno non certo perché hanno a cuore le sorti dei popoli del vecchio continente (mai giocato a Monopoli? se qualcuno vi suggerisse che fareste bene a non tenere insieme Parco della Vittoria e Viale dei Giardini probabilmente gli fareste una grassa risata in faccia)

Veniamo ora alla visione dei “secessionisti interni”, soprattutto nostrani (e questi sono veramente incomprensibili). Nei dibattiti nazionali l’Unione Europea dovrebbe essere abbandonata per dar vita a politiche nazionali maggiormente protezionistiche e svincolate dalla regolamentazione comune dei debiti e della gestione monetaria della BCE, sulla falsa riga di quanto dichiarato nella campagna elettorale di Trump.

Pur volendo far finta per un istante che le politiche protezionistiche sbandierate siano efficaci, è del tutto evidente che gli effetti su un mercato unico europeo sarebbero esponenzialmente maggiori rispetto a quelli su singoli mercati nazionali: ad esempio la capacità di imporre ad aziende e multinazionali la produzione interna a pena di dazi dipende essenzialmente dalla capacità di esercitare pressione sulle aziende medesime ed è lapalissiano che un mercato di 450 milioni di persone esercita più pressioni di uno di neanche 60 milioni. Quindi chi propone una ricetta americana per l’Italia o non sa di cosa parla o è in malafede.

La principale molla di chi spera nella fuoriuscita dall’Unione Europea è l’Euro (e il fatto che da esso dipenderebbe il significativo calo del potere di acquisto degli italiani).

A questo proposito bisogna però capire due cose:

1 Allo stato attuale non è ipotizzabile una rinuncia alla moneta unica senza una rinuncia in toto all’Unione Europea. Questo sia perché giuridicamente è un aspetto in cui i trattati dell’Unione sono vincolanti, ma anche e soprattutto per motivi di sopravvivenza economica del Paese.

Questo secondo aspetto vale per tutti gli stati in maniera identica? No. Probabilmente la Germania o la Gran Bretagna potrebbero uscirne con perdite relativamente accettabili, almeno sul breve periodo (e, viste le vicissitudini al limite del grottesco conseguenti alla brexit non è assolutamente scontato).

L’Italia però è un paese particolarmente esposto al rischio speculativo, con fondamentali macroeconomici problematici e, soprattutto, un debito pubblico estremamente elevato. Tutti aspetti che ci renderebbero bersaglio privilegiato degli squali finanziari (a proposito…presente quel detto secondo cui l’Italia sarebbe troppo grande per poter fallire? bene, vale finché siamo collegati al resto delle nazioni europee che rischieremmo di portare a fondo con noi…non certo da soli).

Tutto ciò senza contare le difficoltà pratiche dell’effettivo passaggio Euro/Lira in tutti i settori pubblici e privati. Si pensi ad esempio a tutti coloro che hanno oggi prestiti in Euro, la cui conversione, specialmente da banche estere, andrebbe rinegoziata (famiglie, imprese ecc).

Se non siete convinti fate questo ragionamento semplice: avete 1000 € da investire (tutti i vostri sudatissimi risparmi) e potete scegliere di investirle entro oggi, o in titoli di stato tedeschi o in titoli di stato italiani (non siete tesorieri di un grande partito del Nord quindi non potete investire in diamanti, mi spiace), sapendo già che da domani l’Italia abbandonerà Europa ed Euro per tornare ad una politica monetaria nazionale e alla Lira. Sinceramente, dove investireste i VOSTRI soldi? Ad oggi non ho ancora incontrato una solo folle che mi abbia risposto “nei titoli italiani”.

2 La colpa è tutta veramente dell’Euro? e ancora, se non fossimo mai passati alla moneta unica saremmo stati meglio?

Attribuire la colpa dei mali nazionali all’Euro è una semplificazione falsa, utile semplicemente a individuare un facile capro espiatorio su cui far convogliare le ire popolari.

Certo la conversione Lira/Euro ha causato problemi in Italia, a causa soprattutto di un tasso che nei fatti è stato in breve di 1 a 1. D’altronde senza l’ingresso nell’Euro e le politiche di risanamento del debito intraprese a partire dagli anni 90, non è difficile intuire come la probabile conseguenza delle politiche economiche e monetarie nazionali sarebbe stata un default abbastanza rapido.

A ciò si aggiunga che il dimezzamento del potere di acquisto sarebbe in ogni caso arrivato a causa dell’inflazione che, ai “bei tempi” della Lira galoppava a due cifre (nel periodo 1973-1984 l’inflazione viaggiava stabilmente sopra al 10%, con punte oltre il 21% nel 1980. Ha iniziato a stabilizzarsi solo dagli anni novanta, quando è iniziato il percorso di ingresso ad una moneta comune europea)

Il miraggio che viene proposto, ossia che tornando alla Lira l’italiano medio tornerebbe anche ai “fasti” degli anni 80, quando tutti spendevano di più e stavano meglio è una favola degna delle promesse di facile arricchimento che si avrebbe sotterrando monete d’oro nel campo dei miracoli (Il gatto e la volpe ricordano nulla?).

A chi va per mare insegnano subito che, in caso di emergenza, bisogna rimanere a bordo della nave il più a lungo possibile, perché in mezzo ad un mare agitato è sempre meglio stare su una nave grande, anche se in difficoltà, che sopra ad una scialuppa.

Bene, anche se la “nave Europa” ha diversi problemi, a noi più di chiunque altro merita lottare per rimanere a bordo e provare a farla funzionare, perché il mare è in tempesta e in caso di abbandono, la nostra è una delle scialuppe più piccole e malconce che ci siano.

Per chi volesse approfondire consiglio i seguenti link:

Angelo Baglioni

Lorenzo Pinna

Paolo Guerrieri

PRODI E IL “PARTITO DEI RICCHI”: L’INCIAMPO DEL PROFESSORE

Prodi torna a parlare in TV di politica e del PD; lo fa a La7, a Piazza pulita con Corrado Formigli e nell’occasione, fra l’altro, afferma che “il PD non è più il partito dei ricchi” e che, in sostanza, la nuova direzione è molto diversa dalla precedente.

Lo dice imboccato da quel vecchio volpone di Formigli, che gli serve la portata con delicatezza, chiedendogli espressamente se il PD debba cambiare l’idea che di se da di essere, appunto, un partito dei ricchi, ma certo il professore, non certo un neofita della politica, avrebbe potuto, volendolo, aggirare agilmente l’ostacolo, magari ribattendo che il PD non è mai stato il partito dei ricchi, o che questa impressione, anche se diffusa, è comunque sbagliata.

Invece ha preferito cavalcare il momento, accogliendo la tesi che andrebbe relegata al recente passato, visto il “netto cambiamento di rotta” degli ultimi tempi.

Viene quindi da chiedersi, veramente prodi pensa che il PD fosse un partito ad uso e consumo delle classi agiate? E se sì, da quando?

Fino all’inizio del 2013 probabilmente Prodi non riteneva il PD poi così apertamente schierato in favore dei ricchi: nel gennaio di quell’anno il Professore fu infatti scelto come candidato alla presidenza della Repubblica proprio dal PD, candidatura che fu accettata di buon grado senza alcuna puntualizzazione circa la fastidiosa vicinanza ai poteri forti del PD.

La candidatura tuttavia non andò a buon fine; 101 franchi tiratori impedirono l’elezione, infliggendo l’ennesima umiliazione al padre nobile del centro sinistra nazionale. Da quel momento, forse, il PD inizia nella mente di prodi la propria trasformazione in partito dei ricchi.

Al di là di tutto, prima ancora di dire se la “nuova direzione” stia portando il PD a non essere più il partito associato ai ricchi, bisognerebbe capire se lo sia mai stato precedentemente o se, magari, la cosa derivi da una percezione anche un po’ creata ad arte.

Alcuni dati che sembrano indirizzare verso una lettura del PD come partito “classista” in effetti ci sono: le innumerevoli analisi del voto che individuano una diminuzione netta dei consensi nella classe operaia, nelle periferie, nelle campagne a dispetto di un incremento nei centri cittadini; l’incremento di consenso che le zone più popolari hanno attribuito a lega o al Movimento 5 Stelle, potrebbero essere in effetti tutti indicatori che, mantra onnipresente in ogni esame post sconfitta, il PD si sia allontanato dalla gente (qualsiasi cosa questa frase voglia dire). Non sarebbe del resto una gran sorpresa se una frase del genere fosse arrivata da una assemblea di circolo, o da una intervista presa in qualche piazza.

Il problema è che a parlare in questo modo è Romano Prodi, detto il Professore.

E’ un problema perché, a voler ben guardare come questo “mito” del partito dei ricchi è nato ed ha man mano preso piede, prima nei mezzi d’informazione, poi nella vulgata popolare, è abbastanza intuitivo ricondurre il tutto ad alcuni punti nodali.

Stiamo parlando ovviamente del periodo di Renzi segretario; fino a quel momento come abbiamo visto la problematica non era così avvertita, almeno da parte di Prodi, nonostante le elezioni politiche di quel 2013 fossero state abbastanza disastrose per il PD che, in vantaggio in tutti i sondaggi in campagna elettorale, aveva assistito abbastanza scioccato alla rimonta di Berlusconi ed al risultato sorprendente dei 5 Stelle.

Dopo quel momento nefasto, la nuova segreteria del PD, quella di Renzi appunto, è stata accolta con un favore iniziale, tanto importante fra la gente, quanto era marcato la diffidenza nei vertici del partito. C’è da dire che Renzi e i suoi hanno fatto ben poco per conquistare “cuori e menti” della vecchia dirigenza, per lo più trattata come zavorra di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

La situazione economica del Paese era inizialmente tutt’altro che florida e le politiche economiche portate avanti da Padoan lasciavano poche speranze a chi sperava di far breccia nelle borgate popolari grazie alla spesa pubblica.

Non che qualche tentativo di sostegno alla domanda non sia stata fatta; provvedimenti come i vituperati 80 euro, il bonus cultura, il bonus per gli insegnanti, in fondo sono null’altro che questo, pur con i molti limiti di applicazione concreta dimostrati.

Allo “story-telling” renziano, termine altrettanto vituperato che gli 80 euro, si è iniziata a contrapporre una narrazione opposta, di un partito sempre più lontano dalla “gente”.

Pazienza se, in fondo, sui diritti sociali, dal fine vita, alle unioni civili, qualcosa di concreto sia stato fatto; pazienza anche se questa narrazione sia stata molto vantaggiosa per le opposizioni, Lega e 5 Stelle forti della verginità dovuta a non aver mai appoggiato alcun governo tecnico in testa a tutti.

Il problema reale è che questa narrazione ha iniziato ad essere patrimonio anche di una parte dello stesso PD, in parte (forse) per convinzione, in parte (probabilmente) per sistemare alcuni conti in sospeso.

Che il PD si fosse trasformato nel partito delle banche (e dei banchieri) è stato uno dei motti nati dopo la vicenda Banca Etruria e sposato anche da una parte della minoranza interna, la stessa che, in quel momento, era ben disposta a far fuori il PD stesso, pur di far fuori (politicamente, s’intende) Maria Elena Boschi.

La cosa è talmente banalmente vera che, da un lato le questioni personali del padre della Boschi si sono rivelate penalmente del tutto irrilevanti e, dall’altro, il “Governo del cambiamento”, messo di fronte a nuove crisi bancarie, ha reagito copiando (ma sarebbe meglio dire plagiando) in toto, i provvedimenti del precedente esecutivo.

La questione “banche” è solo una di quelle che hanno contribuito a creare quest’immagine snobista del partito; una altra, ad esempio, è stata l’avversione spinta che i sindacati di categoria hanno avuto verso “la buona scuola”, una riforma con dei limiti, certo, ma anche con alcuni punti interessanti, e nata da un presupposto doveroso (anche se in parte disatteso): stabilizzare i molti precari del comparto.

Difficile dire quanto in quella avversione ci fosse una reale convinzione del mondo sindacale, e quanto invece abbia contribuito una mera “lotta di potere” sul controllo del Ministero in cui, da sempre, le forze sindacali avevano dimostrato grande influenza. Sta di fatto che dopo la nomina della nuova Ministra (Fedeli), personaggio di diretta derivazione sindacale, la polemica si è man mano acquetata.

Il danno era tuttavia già stato fatto: quei motti, lanciati a volte per questioni interne di schieramento, hanno attecchito sull’opinione pubblica, diventando per di più le parole d’ordine di Lega e 5 Stelle. Ormai qualsiasi cosa nascesse dai banchi del Governo diventava automaticamente un provvedimento in favore di qualche élite o potere forte: ma vogliamo parlare della “annosa questione” dei sacchetti di plastica bio?

In tutto ciò, sia chiaro, Renzi e i suoi non sono privi di responsabilità: quantomeno non hanno capito fino in fondo la pericolosità che rivestiva il gestire le questioni con la minoranza interna con sufficienza e superiorità; non hanno nemmeno percepito fino in fondo, almeno all’inizio, quanto la narrazione della conduzione elitaria stesse realmente attecchendo in certi strati di paese; hanno aperto troppi fronti, sopravvalutando le proprie forze. In pratica si sono fatti prendere da quella che in termini cestitici verrebbe definita “sindrome della mano calda”: quando vinci ti autoconvinci che puoi solo continuare a vincere.

Ecco perché quello di prodi è stato un inciampo notevole: perché lui, dalla propria posizione di “padre nobile”, dovrebbe per primo rifiutare la tesi del “partito dei ricchi” resistendo alla tentazione di buttar via anni di esperienza del partito per eliminare alcune figure protagoniste di quegli anni; dovrebbe, in sostanza, parlare da professore, se vuole riappropriarsi di un ruolo che storia e capacità certamente gli danno.

Ecco perché il PD non dovrebbe fare l’accordo coi 5 Stelle

Sei buoni motivi per i quali il PD non dovrebbe fare l’accordo con i 5 Stelle.

Il nuovo giro di consultazioni, portato avanti dal Presidente della Camera Fico, ha il mandato espresso di valutare la fattibilità di una alleanza di governo fra 5 Stelle e Partito Democratico.

Il tutto nasce, come dovrebbe essere noto (anche se spesso viene omesso nel commento) dopo il fallimento di un analogo tentativo posto in essere dalla Presidente del Senato Casellati per un accordo fra 5 Stelle e centrodestra, affondato miseramente dopo aver urtato l’icebrg di Arcore.

La cosa che più sorprende di questo secondo tentativo è la spinta, anche mediatica, che una buona fetta di commentatori cercano di dare alla riuscita dell’accordo. Sentendo parlare un Travaglio a caso in questi giorni pare quasi che il Governo 5 Stelle/PD sia l’unica soluzione auspicabile, ed anzi quella predestinata fin dall’inizio (e già il fatto che l’idea piaccia a Travaglio dovrebbe far nascere qualche sospetto nella dirigenza PD…)

Ci sono però numerosi motivi per i quali il PD non dovrebbe fare questo accordo:

  • Primo fra tutti (e più evidente) l’estrema incompatibilità delle 2 forze politiche.

5 Stelle e Partito Democratico non hanno niente -veramente niente! (e non so come sottolineare la cosa a sufficienza) in comune. I 5 Stelle nascono anzi come forza alternativa proprio al PD, che definiscono in più occasioni come “il male assoluto” (qualcuno ricorda la raffigurazione a piovra a “piovra” che del PD veniva fatta..o le frasi di Di Battista secondo cui “non esiste un PD buono ed uno cattivo, se sei del PD, sei parte del PD e sei parte di un sistema pericoloso che ha impoverito questo Paese”).

Non si tratta solamente di non fare un accordo per via  degli insulti diretti ricevuti (che comunque se permettete un peso lo hanno…via, non puoi umanamente fare un accordo convinto con chi ti definisce “un cancro della democrazia da estirpare”); il punto soprattutto è la distanza siderale nei programmi e nelle idee. Non importa quanta mediazione può essere fatta per inibire i programmi dell’uno e dell’altro e arrivare ad una sorta di compatibilità, un Governo 5 Stelle/PD non potrebbe che essere percepito come l’espressione massima dell’incoerenza.

  • Secondo, e direttamente discendente dal punto precedente, l’effetto sugli elettorati di entrambe le forze politiche.

C’è una quota di elettorato che è talmente fidelizzata da seguire e giustificare ogni scelta politica. In questo l’elettorato pentastellato è certamente quello che ha una quota maggiore di fedelissimi.

Per il resto degli elettori però (e per il PD stiamo parlando credo della maggior parte di quelli rimasti) un accordo di Governo con i 5 Stelle sarebbe del tutto indigeribile. Prima ancora dei parititi, sono proprio gli elettorati ad essere incompatibili: chi ha votato PD alle ultime elezioni, nonostatnte tutto, ha votato una forza che si poneva come completa antitesi dei 5 Stelle. Dopo un Governo assieme a loro, sarebbe veramente dura richiedere il voto a queste persone. Del resto chi ha già spostato il proprio voto dai democratici ai 5 Stelle, non tornerebbe di certo indietro per un appoggio ad un Governo comune. Un bell’accordo a perdere quindi.

  • Governo per fare cosa? 

Anche fosse, cosa dovrebbe o potrebbe fare un Governo simile? Difficile poter contare su una coerenza programmatica dei 5 Stelle che, nell’ultimo periodo hanno gia rivoluzionato gran parte del loro programma. Un Governo per fare il reddito di cittadinanza? per tenere quale posizione sull’europa? e sulle questioni del Mediterraneo centrale? Mediaticamente passerebbe esclusivamente per un Governo per “tirare a campare e non tirare le cuoia”.

Il master message che dal lato 5 Stelle stanno cercando di far passare è “non una alleanza (non sia mai…), ma un contratto su punti di programma.

La domanda è, come possono esistere punti di programma significativi e compatibili fra due forze che si snono sempre dichiarate antitetiche?

Lo scenario più probabile sarebbe quello di un Governo estremamente litigioso e, con tutta probabilità, di breve durata, pagato con un bagno di sangue elettorale alle prossime elezioni.

  • Sarebbe un suicidio politico

Facile da immaginare l’effetto di un accordo del genere: 5 Stelle e PD formano un Governo ingestibile e di scarsissimi risultati, lasciando il centrodestra (unito e già forte) indisturbato a sguazzare in una opposizione facile e distruttiva di cui già intravediamo le linee guida: “..il governo dei secondi e dei terzi..” , “l’ennesimo complotto per stravolgere la volontà popolare” ecc.

In effetti non sarebbe poi difficile far passare il messaggio che il PD si alleerebbe con chiunque pur di non perdere i posti di potere o di andare alle elezioni.

Risultato, alle prossime elezioni il centrodestra ancora unito stravince da solo.

  • L’idea di trattare per far emergere le contraddizioni dei 5 Stelle è una boiata.

Una posizione che qualche esponente del PD sta tenendo è quella di portare avanti una trattativa che faccia emergere le incoerenze intrinseche dei 5 Stelle.

Ora, l’idea sarebbe quella che un Partito con profonde discussioni interne, già provato da recenti spaccature e con una dialettica interna estremamente sviluppata (anche troppo forse), porti in contraddizione e quindi a delle spaccature, un movimento monodiretto, senza alcuna dialettica di partito e in cui esponenti e militanti non hanno praticamente battuto ciglio ai continui cambi di posizione di fatto su ogni aspetto del programma. Questa cosa sembra un po come voler piegare un coltello caldo con un panetto di burro e, ad occhio e croce, l’unico dei due che ne uscirà dilanianto sarà proprio il PD. Se i dirigenti del PD non riescono a capire questo, allora il PD ha un problema più grosso della mera emorragia di voti, che ha a che fare con la preparazione e la capacità di avere una visione politica della propria classe dirigente.

Salvini, lui si a capo di una coalizione con enormi contraddizioni interne, ringrazia sentitamente.

  • Perché Alfano e Verdini si e i 5 Stelle no?

La differenza fra le due situazioni è evidente: Alfano e Verdini erano (e poi nei fatti si sono dimostrati) referenti esclusivamente parlamentari, senza un vero e proprio elettorato a cui rendere conto. Tant’ è che hanno votato provvedimenti molto distanti dal loro orizzonte politico (vedasi ad esempio legge sul fine vita o sulle coppie di fatto…).

In quel caso peraltro, l’appoggio nasce, per riduzione, da un appoggio ancora più ampio nato dopo la caduta del Governo Berlusconi, al cd Governo tecnico di Monti, poi trascinatasi dopo le elezioni del 2013.

Con i 5 Stelle ormai si sono instaurate delle dinamiche talmente divergenti che, probabilmente, sarebbe più verosimile un Groverno di coalizione Israele/Palestina.

M5S e la verginità perduta

E’ fatta, doveva succedere, è successo. Da oggi le posizioni non saranno più quelle di prima, e in fondo è una buona notizia.

Le presidenze di Camera e Senato sono state decise grazie ad una trattativa fra Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia. Un normalissimo do ut des fra forze politiche che, chi piu chi meno, sono risultate vincitrici alle elezioni politiche. Un accordo, grazie al quale i 5 Stelle ottengono la poltrona di Presidente della Camera per Fico e, in cambio, accettano di votare la Casellati al Senato.

Romani non andava bene perché impresentabile; la Casellati lo è stata considerata di meno, ammesso che l’essere impresentabili sia soggetto a graduazione.

Per inciso però la Casellato fu a suo tempo giudicata impresentabile. Lo era perché fedelissima di Berlusconi e Ghedini, ideatrice fra gli altri della strategia difensiva nel caso di Rubi. Lo era perché durante il periodo come Sottosegretaria aveva fatto assumere la figlia al Ministero. Lo era quando Travaglio in trasmissione le urlava contro, applaudito dal popolo grillino.

Oggi non lo è più e, lo voglio sottolineare, non ci trovo nulla di così aberrante: volevano una presidenza per la quale gli servivano voti da altri. Per averla hanno accettato di rivalutare una posizione passata. Hanno trattato, cosa che in politica è fatto del tutto normale.

Ma…(si perché c’è un bel ma)… da oggi basta accuse a chiunque di inciuciare. Si chiama trattare, quando lo fa il movimento e quando lo fano gli altri.

Basta far finta di essere qualcosa di differente. Basta sentenziare contro chiunque dall’alto di una presunta superiorità morale che non c’è.

Per governare bisogna avere una maggioranza; per avere una maggioranza bisogna trattare e in politica tutti trattano. Da oggi il “tutti” comprende anche i 5 Stelle.

Certo perdere la verginità può far male e immagino che oggi fra i grillini ci sarà qualcuno che storce un po’ il naso; qualcuno che vede sparire lo spirito giacobino e purista del movimento. Se ne faranno una ragione nella consapevolezza che sia necessario a crescere come forza politica (forse).

Questa volta i seggi servono, tutti. Può capitare che si vada alla conta e per governare bisogna salvaguardarne il piu possibile. In quest’ottica anche gli impresentabili interni, quelli che avevano gia “firmato le dimissioni” possono essere riabilitati e ammessi nel gruppo. In fondo uno vale uno, soprattutto in Parlamento

Nonostante i meme in cui si dichiara di non voler trattare con Berlusconi, è così. Stop.

Diamo il benvenuto al Partito a 5 Stelle.

Liberi&Uguali? Ma de che…

Abbiate pazienza ma, pur nel marasma generale che questa campagna elettorale sta facendo venire a galla, io proprio Liberi e Uguali non lo capisco. Non è forse la formazione politica più indecente, non è quella più ignorante ma, almeno per me, è quella piu inutile ed incomprensibile e, per certi versi dannosa.

Certo c’è la Lega che sta toccando punte di ribrezzo come forse non aveva ancora mai toccato, c’è Silvio che quando palra impasta, non si ricorda più nemmeno come si chiama e spara cifre e numeri ad minchiam, ci sono i 5 stelle e la loro conclamata incompetenza generalizzata che ormai cazzottano (dal gergo marina, truccano, camuffano) anche i curriculum dei candidati, certo c’è Casapound o il Partito Comunista che nemmeno vorrei considerare per carità cristiana. Ma almeno tutte queste sono formazioni portatrici di idee (magari sbagliate, a volte indecenti), ma hanno qualcosa da dire…spesso da urlare in maniera sgrammaticata, ritengono di essere utili a cambiare un sistema che non funziona.

Liberi e Uguali no. Liberi e uguali, siamo franchi, è una enorme questione privata fatta nascere da politici uniti da un unico denominatore: fanxxlo Renzi. Il perimetro di Liberi e Uguali inizia e finisce qui. Stop.

Ok, la faccia è quella di Grasso: una faccia che non spaventa, anzi, una persona con meriti passati nell’antimafia; qualcuno che possa dare un volto rassicurante sull’operazione, che possa sorridere maliziosamente all’elettore di sinistra sussurrando “ma non ti vergogni a votare quel becero fiorentino invece che un uomo come me?“.

Ma il voto a Liberi e Uguali (che poi non ho capito perchè del famoso trittico rivoluzionario si siano dimenticati il valore della fratellanza…paura che con Fratelli Liberi e Uguali li prendessero per massoni?), non è un voto a Grasso: è semmai un voto a D’Alema e alla sua personalissima guerra con Renzi. E’ un voto per il vero progetto politico del Dalemismo attuale: far rosicare il PD renziano il giorno dopo le elezioni; fargli perdere quel tanto di voti che bastano per poter sogghignare sotto i baffi durante la prima intervista in cui potrà dire che lui lo aveva predetto.

E’ un voto a Bersani, uomo che una volta è stato anche un buon politico, il cui nome è forse legato all’unica reale lenzuolata di liberalizzazioni di questo paese, ma che ormai si è ingobbito ed incattivito sulla questione personale: qualcuno gli ha sottratto la “ditta” da sotto le mani, non ha ben capito come, ma non gli sta bene ed è un fatto che merita vendetta (che brutto quando la questione persononale uccide quella pubblica).

Francamente poi non capisco l’elettore della sinistra storica (lontana dalla mia provenienza certo, ma con una tradizione politica rispettabile), che oggi guarda questi ultimi anni di governo di centrosinistra con vergogna.

Non importa se siano riusciti a far digerire alla vasta e variegata maggioranza di governo provvedimenti come le unioni civili o la legge sul fine vita (ma voi vi ricordate quando ci provò Prodi? neanche il nome Pacs poteva sussurrare, dovettero inventarsi il nuovo acronimo, Dico, …e non servì a nulla).

Non importa se, finalmente, si sia intervenuti sull’omicidio stradale, un provvedimento che da solo vale una legislatura per quanto sia giusto.

Non importa se dopo gli attentati in europa, con gli esponenti politici che facevano a gara a chi dichiarava meglio guerra al mondo, il vostro Presidente del consiglio  abbia invece dichiarato che il terrore si combatte con la cultura piu che con le armi (dite la verità, sul momento avete tirato un sospiro di sollievo..pensavate di dover bombardare in giro come con D’Alema in Jugoslavia)

Niente, guai dire apertamente che, in fondo, se vieni dalla sinistra, questo governo non è stato così male. Non sarà che all’elettore di sinistra, in fondo in fondo, dei diritti fondamentali per cui si stracciava le vesti in piazza non interessa nulla e che fossero un modo come un altro per fare un po’ di sana protesta? No perché altrimenti non si spiega.

Non dico che dopo essere riusciti a far votare le unioni civili ai democristiani (roba da far impallidire Peppone) avrebbero dovuto portare il governo in trionfo, ma nemmeno rinnegarlo in questo modo.

“Eh ma la scuola..?.” , “Eh ma l’articolo 18?”….ok parliamone.

Cari elettori di sinistra, non dovei essere io a dirvelo ma:

  1. difendere l’articolo 18 mentre le industrie chiudono non serve a nulla;
  2. che che ne possiate dire della “buona scuola” (battute sul nome comprese), è un provvedimento perfettibile, ma con molti meriti, a partire dal fatto che ha invertito una tendenza di investimenti, e comunque anni luce migliore rispetto alla riforma Gelmini, per la quale non avete sbraitato poi tanto…
  3. Con un parlamento semi ostile, con cui Bersani non era stato in grado nemmeno di farsi dare l’incarico o di far eleggere un PdR, ma cosa pensavate di fare…di grazia aver portato a casa questi risultati.

Pensandoci bene però, Uguali in effetti lo sono: uguali a tutte le altre formazioni di sinistra, nate a scopo elettorale e morte il giorno dopo l’elezione.

Cari elettori di sinistra, a me pare che l’unica liberta che vi stia veramente a cuore sia quella di disfare sempre ciò che producete, la stessa libertà del marito che se le taglia per far dispetto alla moglie. Contenti voi.

 

 

Il complotto Rosatellum. O forse no

Come sempre, ciclicamente, prima di una elezione, o subito dopo per commentarne i risultati, anche questa volta l’argomento legge elettorale è tornato di gran carriera nei profili social e, più pomposamente, nei commenti degli addetti ai lavori.

Si, si, lo so. Parlare di legge elettorale è divertente quanto vedere le foto delle vacanze di vostra zia, ma un piccolo sforzo si può fare. Giuro, meno di 800 parole.

Le difficoltà a formare un Governo sono tutta colpa della legge elettorale? e la cosa è stata voluta da chi questa legge l’ha proposta?

Ancora: sarà o meno la prossima legislatura breve e al solo scopo di fare l’ennesima lege elettorale? e che legge elettorale verrà fuori?

Intanto, diamo per scontato che quando si parla di legge elettorale siano note le basi: sistema proporzionale, maggioritario, misto, premio di maggioranza, sbarramento e come scegliere una soluzione piuttosto che l’altra incidano sulla natura della legge stessa. In caso contrario puoi dare un’occhiata qui.

Veniamo a noi: il fatto che sia tanto difficile arrivare ad una maggioranza in grado di sostenere un governo è forse colpa di questa legge elettorale? Di fatto no. Il motivo è semplice: non esiste legge elettorale (costituzionale) che sia in grado di annullare il dato elettorale, ossia che nessuno ha , ad oggi,una maggioranza. Se non ti fidi puoi leggere questo interessante articolo pubblicato su You Trend che chiarifica il punto simulando i risultati, in termini di seggi, a parità di voti, con differenti sistemi elettorali.

Quindi no, mi spiace, questa storia che per colpa di una legge elettorale ingiusta viene sovvertito il volere popolare è una fesseria.

Da ciò, in successione causa effetto, deriva anche una uguae risposta alla seconda questione: nessun complotto finalizzato ad impedire il governo del popolo voluto dal popolo che tanto sarebbe piaciuto al Peppone di Guarechiana memoria.

Non che adori questa legge elettorale ma, fra i difetti che gli si possono imputare, non c’è certo la poca rappresentatività. E’ anzi un sistema misto che, a quanto è emerso chiaramente dalle elezioni, ha mostrato semmai forti limiti nella parte maggioritaria dei collegi uninominali.

Perché? Bhe, basta guardare i risultati per rendersi conto che il voto proporzionale ha trainato quello dei candidati uninominali e non il contrario (ci sono diversi esempi: la Pinotti che annaffia il collegio con commesse ai cantieri navali e, ciò nonostante, perde; candidati sfiduciati dal proprio partito eppure vincenti e si potrebbe andare avanti)

Questo squilibrio l’hanno di fatto pagato i candidati che, proprio in ragione della loro forte presenza sui territori, messi a correre nei collegi, sono stati travolti dall’andamento nazionale.

Quindi, come sarà la prossima legge elettorale? Tutti oggi promettono di modificare quella attuale e, visto lo scopo di migliorare la “governabilità”, probabilmente sarà fatto in senso maggioritario e con premio di maggioranza.

Le dichiarazioni delle due formazioni politiche uscite vincitrici dalle elezioni, M5S e Lega, sembrano però suggerire la possibilità di ritornare al voto subito dop aver cambiato l legge elettorale (io sono certo di averli sentiti anche dire che modificare la legge elettorale prima del voto è una bieca manovra per tentare di fare una legge pro domo propria, ma si vede che è una contestazione che vale solo quando la legge la votano gli altri).

L’ italicum, proposto a suo tempo dal PD era stato ideato proprio con queste caratteristiche, salvo il fatto che la Consultà ne abbia censurata l’incostituzionalità parziale sulla formazione del premio di maggioranza derivante dal ballottaggio.

Del resto, ancor prima che giuridicamente, l’italicum era stato bocciato politicamente da tutti i partiti che, allora si stracciarono le vesti conro una presunta deriva autoritaria, salvo poi stracciarsi oggi le ulteriori vesti a causa dell’ingovernabilità.

In effetti il M5S ha nella scorsa legislatura presentato un disegno di legge elettorale (che potete trovare qui) . Pccato però che questa proposta sia una legge a sistema proporzionale, con correzioni sul sistema spagnolo.

Ora, senza addentrarci nei dettagli, basti ricordare che in Spagna recentemente hanno dovuto votare due volte in pochi mesi perché il risultato non consentiva la formazione di un governo. Direi, non esattamente una legge che oggi risolverebbe la situazione di stallo esistente.

A questo punto mi chiedo, il Movimento, alla tanto desiderata e agognata prova di Governo, mantà ferme le proprie idee o la tentazione di vincere la partita a rubamazzo li convincerà a non considerare poi piu tanto autoritari certi meccanismi elettorali?

La differenza fra proporre e governare, in fondo, sta tutta qui.

Ai posteri l’ardua sentenza.

Le parole di una lavoratrice Alitalia “L’8% (ovvero il 21% ) della mia dignità”

Legittima difesa e il falso mito che girando armati si sia più sicuri

In questo periodo uno dei temi maggiormente “pompati” dai media è quello legato alla legittima difesa. Va ormai delineandosi un sentito comune trasversale che invoca a gran voce profonde modifiche alla previsione codicistica sulla legittima difesa e, parallelamente, una progressiva liberalizzazione delle armi da fuoco.

Dovrebbe essere scontato, ma è bene ribadirlo: nessuno, io per primo, ha interesse a vivere in un ambiente insicuro, così come nessuno è completamente esentato dal rischio di venire coinvolto in fatti come quelli emersi dalla cronaca di quest’ultimo periodo. Quindi non si tratta di una diversità di opinioni fra chi vuole e chi non vuole misure per rendere la vita dei cittadini più sicura; si tratta invece di analizzare il problema seriamente, scindendolo dagli aspetti che vengono buttati in piazza per demagogia, incompetenza o ai soli fini di acquisire consenso elettorale. Lo dico più chiaramente: qui nessuno intende tutelare i cattivi a discapito dei buoni; il punto non è salvaguardare i diritti di chi vi entra in casa, ma cercare di evitare conseguenze peggiori per chi in quelle case ci abita.

Per farlo occorre analizzare fondamentalmente due aspetti: la diffusione delle armi da fuoco e la normativa sulla legittima difesa.

Primo aspetto: le armi. E’ vero che autorizzare in maniera diffusa l’uso delle armi consente ai cittadini di autodifendersi e di vivere in una maggiore sicurezza?

No! E badate bene, non è una opinione, ci sono dati cristallini che certificano questo fatto. Negli Stati Uniti, ad esempio, è nota la politica di aperta tolleranza alla vendita di armi. La cosa non ha minimamente contribuito a creare un clima di scurezza collettiva, anzi, è vero il contrario. I numeri sono verificabili in un rapporto diffuso dal “The American Journal of Medicine” e sono impietosi: negli Stati Uniti il rischio di essere uccisi da un’arma da fuoco è 25 volte più alto della media delle nazioni OCSE a più alto reddito. C’è di più, oltre al tasso di morti dovute ad arma da fuoco, diversi studi hanno suggerito che anche il tasso di omicidi commessi in altro modo possa essere così elevato proprio per diretta conseguenza di quello con armi da fuoco. La relazione deriverebbe dal fatto che, se chi è in procinto di commettere un’aggressione teme che la vittima possa essere armata, è facile che decida di ucciderla a prescindere, proprio per evitare la probabile reazione.

La enorme diffusione di armi da fuoco fa si anche che gli americani abbiano otto volte più probabilità di togliersi la vita con una pistola; inoltre la probabilità di rimanere vittime di un colpo partito accidentalmente è sei volte più elevata rispetto agli altri paesi ad alto reddito.

Detto in breve, per ogni cattivo ucciso per autodifesa grazie alla diffusione delle armi da fuoco, la statistica ci dice che ci saranno  8 persone morte suicide con armi da fuoco, 6 persone morte per incidente dovuto alla presenza di armi da fuoco e 25 morte di “buoni” in rapine che, altrimenti, non sarebbero finite con un morto (perché, è bene ricordarlo, film a parte, non sono sempre i cattivi a morire).

Militarmente parlando sarebbe una operazione fallimentare, tanto che la conclusione del rapporto indica che  “…questi risultati  sono coerenti con l’ipotesi che le nostre armi da fuoco ci stanno uccidendo anziché proteggerci”.

Ma c’è veramente bisogno di scontrarsi con dati matematici per capire una cosa che il buonsenso dovrebbe suggerire senza difficoltà? E’ evidente che avere un arma non implica di per se le capacità, la freddezza o la possibilità per usarle e che, eccezion fatta per personale addestrato (ad esempio militari o forze dell’ordine), un soggetto dal profilo criminale sarà sempre più capace, disposto ed avvantaggiato nell’utilizzarle. In fondo se chi effettua una effrazione sa che con probabilità si troverà all’interno soggetti armati, semplicemente si preparerà all’evento.

Secondo aspetto: la disposizione sulla legittima difesa. Senza entrare troppo in tecnicismi, oggi la legittima difesa è assicurata dall’art. 52 c.p.. La formulazione prevede la non punibilità in presenza della necessità “di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”, individuando quindi 3 requisiti per la legittimità della difesa: 1) pericolo attuale; 2) danno ingiusto; 3)proporzionalità fra offesa e difesa. Nel 2006 è stata introdotta però una modifica al codice: in sostanza nei casi di violazione di domicilio, si da per presunta la proporzionalità della difesa, purché lo faccia con armi regolarmente detenute, non ci sia desistenza di chi si è introdotto e persista il pericolo di aggressione.

Detto più chiaramente, chi si ritrova un soggetto in casa è legittimato a difendersi con qualsiasi arma detenga (legittimamente), prescindendo dall’arma posseduta dal “ladro”. Ovviamente però se il ladro, vistosi scoperto, desiste dalla rapina e tenta la fuga, non gli si può sparare alla schiena; in quel caso non si tratterebbe di legittima difesa ma di vendetta privata.

Ovviamente ogni diritto, compreso quello alla difesa (legittima) esiste in quanto frutto di bilanciamento fra differenti diritti e la cosa non è banale, perché ogni diritto, quando assolutizzato, finisce per comprimerne altri irrimediabilmente, di fatto diminuendo le qualità di vita di chi quei diritti vede lesionarsi.

Ok, di discorsi metagiuridici non ve ne frega nulla; facciamo quindi un ragionamento molto pratico: Se io fossi un ladro (mediamente pregiudicato e con poco o nulla da perdere) e volessi entrare in casa vostra in un quadro legislativo che sostanzialmente autorizza l’omicidio a prescindere di chi fa infrazione di domicilio, visto che sono ladro ma non stupido e visto che ho mediamente molti meno scrupoli di voi, la prima cosa che farei sarebbe quella di uccidevi nel sonno, voi e la vostra famiglia, con buona pace dalla pistola che tenete nel comodino.

Nei film western che tanto ci piacciono (di cui gli spaghetti western sono un esempio stupendo), noi ci immedesimiamo sempre in Clint Eastwood che, con sguardo di ghiaccio e sigaro in bocca, sfrutta la propria velocità con la pistola per uccide cattivi a dozzine. Ma la realtà è che, a parte rare eccezioni, saremmo tutti più o meno il peones che muore alla terza scena, quindi prima di gettarci a capofitto nella corrente del viva le pistole, sarebbe bene ragionarci un po’ su.

 

 

 

Ho letto il “libro” a 5 stelle per l’Europa. Ecco cosa ne penso

Ci ho provato a prenderli seriamente e ho letto il “libro a 5 stelle per l’Europa. Ecco cosa ne penso.

Giuro che ho cercato di partire con ogni migliore intenzione: mi sono detto che, avendo sempre trovato grandi buchi nella offerta programmatica dei pentastellati, questa sarebbe potuta essere una buona occasione per cambiare idea. In fondo avevano da poco diffuso in rete un intero libro contenente i loro programmi per l’Europa, quale migliore occasione. Certo gli impegni quotidiani sono sempre molti e leggere un intero libro programmatico non sarebbe stato semplice (immaginavo), ma poteva valerne la pena.

La prima sorpresa è stata che non si tratta di un libro ma, al massimo di una brochure; un totale di 19 pagine di PDF, di cui 10 impiegate fra titoli di capitolo, indice e pagine bianche, quindi 9 pagine restanti per illustrare il programma 5 stelle sull’Europa concernenti Mercato unico e commercio, Economia e Unione Monetaria Schengen, immigrazione e sicurezza Politica estera e difesa Budget europeo Capacità di “decidere e indirizzare” Energia, materia e resilienza (una media di una paginetta e qualche riga per punto).

Ok, si potrebbe obiettare che “l’opera” serve per illustrare il programma agli elettori e che scrivere in maniera più approfondita e dettagliata renderebbe il tutto poco fruibile per l’elettore medio (abituato ai 140 caratteri di twitter). Personalmente però non credo si possa e si debba nutrire ignoranza e superficialità con ignoranza e superficialità: un programma politico deve essere completo, approfondito e deve permettere una analisi tecnica seria. Per la propaganda elettorale si fanno abstract, riassunti, slogan ecc. A voler condensare in poche righe la soluzione di problematiche multiple e complesse si rischia solo di produrre una sequenza inutile di banalità. E infatti…

Venendo al contenuto non c’è molto da dire, così come non c’è molto da leggere. Più che di un programma si tratta di una illustrazione generale della “vision” a 5 stelle, estremamente generica e idealizzata, tanto che non sarebbe male come discorso di ringraziamento della reginetta del ballo, subito dopo la promessa di impiegare il proprio anno di mandato per ottenere la pace nel mondo.

Leggendo ci si imbatte in continui “è necessario che“, “bisogna che“, indirizzi di principio senza mai indicato il come si intenda arrivare a quegli effetti, decisamente l’aspetto più spinoso di ogni questione, specialmente quando la contrattazione di ciò che vuoi ottenere la devi fare in Europa con altri 27 Stati sovrani.

Il capitolo (o meglio, la paginetta) su Economia e moneta unica è di una genericità imbarazzante: non si capisce come il M5S intenda ottenere i risultati che propone (peraltro non chiari nemmeno quelli); frasi come “E’ prioritario aprire un dibattito pubblico a livello internazionale sul futuro dell’Unione europea e sui costi degli squilibri causati dall’introduzione della moneta unica come vincolo economico tra gli Stati membri” sono buttate li senza approfondimenti o spiegazioni metodologiche suscitando uno spontaneo “e quindi?”

“E’ necessario modificare radicalmente l’impianto della governance economica europea … basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti, infondati e insostenibili dal punto di vista economico e sociale.” Ok, come lo vuoi modificare? come vuoi ottenere la modifica? quali risorse intendi dedicare? …niente…

La parte Schengen e immigrazione non è migliore: ci sono alcune indicazioni di principio sulla necessità di modificare Dublino in modo che i paesi di primo approccio non siano gli unici a sostenere gli sforzi (giusto alla soglia del banale), senza spiegare come la problematica dovrebbe essere accettata dagli altri paesi. Perché l’idea che sia sufficiente fare la proposta e, vista l’altissima caratura morale dei proponenti, sia immediatamente accolta a braccia spalancate dal resto del mondo mi pare un tantino ingenua (oltre la malafede direi).

Ancora, ” E’ urgente firmare accordi di riammissione con i Paesi terzi e velocizzare le pratiche di rimpatrio dei migranti che non hanno diritto alla protezione internazionale”. Veramente? Oh grazie ragazzi, menomale che ce lo avete detto voi, averlo saputo prima…immagino che quindi Di Maio & Co. abbiano un piano preciso su come firmare accordi bilaterali efficaci con paesi come la Libia (dove di fatto non ‘è un governo effettivo), la Somalia (che te lo dico a fare…), l’Eritrea, Siria (guerra permettendo), Nigeria, Angola (ci siete mai stati in Angola?…io si…ve lo consiglio per le ferie…), Costa d’Avorio ecc.

“In materia di antiterrorismo deve essere rafforzata la cooperazione tra tutti i Paesi, eliminando gli ostacoli che non permettono un efficiente ed efficace scambio d’informazioni tra Stati membri”

Giusto, a questo punto perché non l’acqua bagna, il sole scalda e altri concetti profondi similari.

La sicurezza e lo scambio di informazioni sono aspetti tecnicamente molto complessi, proprio perché sono strettamente collegati ad una moneta con due facce di enorme peso: da un lato  appunto la sicurezza individuale, e dall’altro le libertà civili. Lo scambio di informazioni (o intel data sharing) è un aspetto estremamente delicato perché attiene alla capacità di ciascuno stato di acquisire e analizzare informazioni, uno degli aspetti più sensibili, la cui incauta diffusione potrebbe rivelarsi un pericolo enorme per la sicurezza dello stato stesso. Ecco perché sono tutti un po’ gelosi di ciò che sanno. Ed ecco perché la frase è una banalità estrema: non credo che i pentastellati avrebbero molta fortuna ad ottenere agevolazioni nei meccanismi di scambio informazioni, specialmente vista la loro propensione alla diffusione in rete delle stesse….in ogni caso negli anni, grazie alla creazione e l’implementazione di agenzie come EUROPOL, anche l’aspetto dello sharing data in ambito europeo ed extra europeo è notevolmente migliorato…ma bisognerebbe studiare un po’ per saperlo.

La parte ambientale è francamente un minimo più strutturata, segno che quel settore è più vicino alle corde dei grillini: pur in maniera sempre estremamente generica, sono tuttavia presenti alcune indicazioni di principio che meritano di essere approfondite.

Nel complesso però si tratta di un documento che non saprei se definire più imbarazzante o preoccupante. Il livello di approfondimento è da ricerca di biennio delle superiori (una tesi di laurea universitaria su uno solo dei singoli punti trattati inferiore alle 80-100 pagine credo verrebbe rimbalzata senza pietà). Se questo è il massimo di sforzo programmatico che sono in grado di fare, temo che siano in arrivo tempi duri per tutti.

In ogni caso, se non vi fidate e volete farvi una idea autonoma, potete scaricare qui il documento.

 

3 motivi che hanno fatto esplodere il PD proprio adesso

Ammesso che si nutra un qualche interesse sulle vicende del PD (cosa tutt’altro che scontata, anche se l’interesse ci dovrebbe essere viste le conseguenze generalizzate che la cosa può avere), vorrei indicarvi I 3 motivi che hanno fatto esplodere il PD proprio adesso.

In fondo i rapporti interni non sono mai stati idilliaci fin dalla nascita del partito e, ancor prima, fin dalle  esperienze dell’Ulivo. Cosa mai sarà cambiato in questi pochi giorni per rendere insopportabile ciò che è stato sopportato senza grandi sforzi (a parte qualche dichiarazione di facciata) per anni?

Ci sono almeno tre aspetti da considerare:

Primo aspetto: Il PD nasce come “fusione a freddo” fra una componente maggioritaria, i DS, lontani discendenti del vecchio PC, ed una componente minoritaria, la Margherita, lontanissima parente della sinistra democristiana.

In questi anni i rapporti di forza sono rimasti a lungo invariati: le leve del potere reale nel partito (e prima ancora nella coalizione) erano in mano alla componente DS. D’Alema and friends hanno, in un modo o nell’altro, sempre avuto il controllo della “struttura”(non si ricorda un congresso con esito incerto) e determinato le sorti dei governi di centro sinistra (morti tutti non a caso per fuoco amico…in ambito militare blue on blue).

Con Renzi questo controllo dell’apparato è stato messo seriamente in discussione. Anzi, oggi la minoranza lo è realmente (sia nelle strutture di partito, sia alla conta degli elettori). Quel che è “peggio” è che la maggioranza non è più di discendenza ex DS.

Chi fa o ha fatto politica sa che controllare un partito è più importante che vincere le elezioni: i risultati elettorali possono essere alterni, ma controlla re il partito consente di continuare ad essere referenti nei territori.

In quest’ottica l’adesione ai comitati per il  NO al referendum del 4 dicembre non aveva nulla a che fare col merito della riforma. Era invece l’avvio di un tentativo di riprendere il controllo del partito.

Qui arriva il secondo aspetto: la sentenza della Corte costituzionale sull’ Italicum. Della pronuncia è stato dato gran risalto mediatico alla parte relativa a turno di ballottaggio e al premio di maggioranza. In realtà però questo aspetto era quello che interessava meno la minoranza PD. Prima di tutto perché la vittora del No e la mancata riforma del Senato avrebbe comunque reso pressoché inutile il turno di ballottaggio alla sola Camera.

Secondo, e più importante, perché ciò che realmente premeva alla minoranza era l’abrogazione dei capilista bloccati. Su questo la sentenza della Consulta è stata per Bersani & Co. una vera e propria doccia fredda. Mi spiego: abolendo i capilista bloccati, il potere della segreteria nell’influenzare la composizione del prossimo Parlamento sarebbe stata relativa. I candidati infatti se la sarebbero giocata fra loro a suon di preferenze, cosa che garantiva alla minoranza l’elezione di una certa aliquota di fedelissimi.

Il mantenimento della parte bloccata di lista invece consente ai segretari di “epurare” in buona parte i futuri eletti da dissidenti scomodi, e personalmente non ho grossi dubbi che Renzi, dopo lo scherzetto referendario di D’Alema, Bersani e seguaci vari, ci avrebbe pensato su due volte per ridurre la loro rappresentanza parlamentare in qualcosa tendente allo zero. Il tutto anche alla luce di sondaggi per le eventuali primarie che avrebbero dato (condizionale d’obbligo) Renzi vincitore plebiscitario con percentuali attorno al 75% e gli altri 3 candidati a dividersi le briciole.

Qui si innesca il terzo aspetto: la legge elettorale attuale, proporzionale nei fatti, incoraggio le scissioni. In questo modo i profughi ex PD potranno formare proprie liste, far eleggere propri deputati, con cui il PD (o chiunque intenda tentare di governare) si troverà a dover trattare il giorno dopo le elezioni. Unico vincolo, superare il 3% alla Camera e l’8% al Senato.

Quindi, di fatto, senza farsi incantare troppo dalle motivazioni procedurali presentate, la scissione è pronta già da tempo, quando ancora le questioni congressuali non erano in discussione e la luce verde è stata data dall’esito della Sentenza della Corte costituzionale.

Il fronte scissionista non è però compatto: Bersani, D’Alema, Speranza sono fuori nei fatti già da tempo. Per loro la questione è personale e la convivenza con Renzi è ormai impossibile. Rossi si è messo fuori, forse un po’ ingenuamente, convinto che il fronte sarebbe rimasto unito. E’ quello che ha più da perdere visto che in Regione Toscana è retto pressoché in toto da renziani.

E poi viene Emiliano. Alla fine pare intenda rimanere e partecipare alle primarie. Se ha fatto questa scelta non è certo perché gli è stata garantita possibilità di fare una discussione politica interna lunga in un congresso con tempistiche bibliche. Più probabilmente avrà ricevuto “rassicurazioni” sul fatto che, comunque vada il congresso, potrà garantire su una adeguata rappresentanza in Parlamento.

Nulla di nuovo sotto il sole.