La palude delle consultazioni: a che punto siamo

Il giro di consultazioni appena concluso pare aver confermato un nulla di fatto per la formazione del nuovo governo.
Tuttavia alcune indicazioni differenti dal giro precedente sono arrivate.
Intanto la strategia dei 5 Stelle sembra ad un punto morto: il movimento non è riuscito né ad incunearsi fra la Lega ed i suoi alleati, né a far ammorbidire la posizione del PD. C’è da dire che la partita pre Governo è stata giocata da Di Maio in maniera molto più dilettantistica di quanto non lo sia stata la campagna elettorale. Sperare che Salvini, dopo aver ottenuto lo scettro della coalizione di centrodestra da Berlusconi, lo scaricasse per diventare il gregario dei 5 stelle è vivere in un altro pianeta, anzi, in un’altra galassia. E questo nonostante continui a ritenere che, sul piano programmatico, non esista una alleanza più omogenea di quella fra Di Maio e Salvini (che paradossalmente ha in molti campi posizioni più vicine ai 5 stelle che ai propri alleati di coalizione).
In queste ore i 5 Stelle sembrano un po’ all’angolo. Del resto in quell’angolo ci si sono piazzati da soli con veti e con una campagna elettorale (ma direi con una esistenza politica) fondata essenzialmente sulla delegittimazione dei competitor.
Salvini ha giocato le sue carte decisamente meglio: Ha ottenuto la leadership di coalizione, così che il proprio 17% conta in realtà come un 37%. Ha mostrato disponibilità su altri nomi rispetto al proprio per l’incarico a Palazzo Chigi (a differenza di Di Maio che si è sempre mostrato estremamente rigido su questa possibilità) e, di fatto ha accreditato le proprie posizioni come le più probabili per la formazione di un Governo.
Berlusconi anche questa volta ha dimostrato di saper giocare molto bene le proprie carte, pur non avendone di eccellenti. L’incoronazione di Salvini gli ha di fatto permesso di rimanere attaccato al treno leghista, allontanando, almeno per il momento, la possibilità dell’oblio e restituendogli una centralità politica inaspettata (complice anche la situazione internazionale deterioratasi rapidamente).
Il PD sta tenendo botta nella propria posizione: indisponibilità a governi retti da 5 Stelle o Lega (anche se in apparenza il veto ai 5 Stelle è più forte di quello alla lega). Del resto, nonostante alcune posizioni differenziate (vedi Emiliano o Franceschini), sarebbe difficile giustificare un appoggio al governo di Di Maio, ciò nonostante gli imbarazzanti auspici di sotterrate asce di guerra o roba simile provenienti dal Movimento che ha definito poco prima lo stesso PD come il male assoluto. Della serie cosa non si fa spinti dalla disperazione.
Come si esce da questa situazione?
Se la matematica rimane, almeno quella, come valore assoluto, per formare un Governo occorre che cada ancora qualche veto: O la Lega accetta in coalizione il PD (ammesso che il PD accetti di sostenere un Governo di Centro destra), o i 5 Stelle tolgono il veto a Berlusconi. In entrambi i casi però il rischio è che la posizione di chi rimane fuori da un Governo di questo tipo sia enormemente avvantaggiata.
Altra possibilità, che però prevede un ragionamento politico dei 5 Stelle (il che di per se la rende mera eventualità): Di Maio accetta di fare un Governo cedendo palazzo Chigi alla Lega, offrendo quindi a Salvini un indennizzo per il fatto di dover rompere la coalizione con Berlusconi. A queste condizioni, forse, Lega e 5 Stelle potrebbero accordarsi per fare un Governo.
Poi capire se un Governo Lega-5 Stelle, in questo momento storico, con questa situazione internazionale, sia meglio che nessun Governo, questo è un altro discorso.
Ai posteri l’ardua sentenza.

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe (parte 3, L’orale)

Se hai letto i post precedenti (qui e qui) sai gia tutto su come affrontare lo scritto, o meglio sai gia quel che ti posso consigliare per sopravvivere alla battaglia.

Ora però le cose si fanno dure sul serio, siamo ad inizio estate, escono i risultati degli scritti e…ci sei: quel 30, 30, 30, te lo sei guadagnato e adesso, soltanto adesso, ti rendi conto che il meno è fatto (o, per buttarla giu in maniera più figa, come dicono i Navy SEAL … The only easy day was yesterday).

Si perché, se per lo scritto oggettivamente è possibile individuare tutta una serie di accorgimenti per limitare al massimo lo sforzo massimizzando comunque la prestazione, l’orale, inutile che ti menta, è un bagno di sangue. Certo, un po la differenza la fa la Corte d’Appello, ma in ogni caso le percentuali di bocciature non sono incoraggianti più o meno ovunque.

Se sei arrivato fin qui, hai certamente una certa esperienza sui libri, quindi avrai necessariamente sviluppato un tuo metodo di studio che ti ha dato qualche soddisfazione. Ci sono però alcune differenze fra ciò che hai fatto fin ora e l’esame che stai per affrontare e vale la pena tenerne bene conto:

In primo luogo la dimensione dell’esame (banalmente la mole di pagine da studiare dovendo portare 6 materie contemporaneamente) rappresenta una sfida per chiunque. Non conosco nessuno che abbia affrontato la cosa serenamente, nemmeno persone di bravura indiscussa.

L’importanza della prova poi non può che aumentare la tensione: qui fallire non comporta ripresentarsi al prossimo appello, ma ricominciare una trafila snervante e massacrante che procrastina il tanto sospirato titolo di almeno un anno.

Date le brutte notizie, vediamo ora però qualche consiglio che, spero, potrà semplificare il lavoro:

  1. Il primo passo per superare l’orale sta nello scegliere consapevolmente le materie da portare. Non esiste una scelta migliore in modo univoco MA esiste il miglior compromesso per le caratteristiche di ciascuno, purchè si tenga conto di tre fattori chiave:
    • Affinità (oserei dire piacevolezza) delle materie scelte= probabilmente la penultima cosa che vorresti fare al mondo è sbatterti per mesi su dei libri di diritto, ma di certo l’ultima cosa che vorresti fare è farlo per una materia che detesti. Credimi, ogni pagina sarebbe un inferno. Prediligi ciò che ti piace di più a ciò che, per esempio, usi più spesso in studio (ad esempio, personalmente ho fatto pratica in uno studio che prediligeva il civile ma, avendo propensione migliore per le materie pubblicistiche, mi sono buttato su Penale e Procedura Penale, Costituzionale e Comunitario-la sola idea di passare mesi sul manuale di civile mi dava i conati…).
    • Lunghezza (ovvero brutalmente…quante pagine stai portando)= lo studio di sei materie è una maratona; portare 2-300 pagine in più o in meno alla fine FA una discreta differenza. Questo è un esame, non una olimpiade di tuffi in cui il coefficente di difficoltà può farti vincere una medaglia; qui conta una cosa sola….l’abilitazione. Personalmente quindi eviterei di cedere all’istinto di dimostrare quanto sia figo portando una selezione tipo Civile, Penale, le due procedure e…Commerciale: il passo fra figo e disastro annunciato è fin troppo breve (le 5 materie che ho detto le ho viste realmente portare…vi risparmio il finale)
    • coerenza delle materie= consiglio di portare una selezione di materie il più possibile coerenti e affini fra loro (tutte pubblicistiche ad esempio). Così facendo una parte del programa finirà per essere ammortato dalle basi comuni delle varie materie e, (cosa da non sottovalutare) gli eventuali spunti di domande collegate che la commissione può trovare, rimarrannò certamente nell’ambito delle materie portate (ho assistito ad un orale fatto su tutte materie pubblicistiche e internazionale privato. Da quest’ultima materia partono alcue domande collegate che ricadono in civile, scena muta dal povero malcapitato, bocciatura. Ok, non solo per quest’ultima domanda ma….perchè aprire il fianco così gratuitamente?).
  2. Calcola bene i tuoi tempi di studio. Se hai l’esame a febbraio (come è capitato a me) o anche più avanti, iniziare a pompare di brutto 7, 8 mesi prima potrebbe non essere la scelta migliore. La capacità di apprendimento e la resa mentale è rappresentabile con una curva (esattamente come la preparazione atletica). Occorre arrivare al momento dell’esame con la curva al proprio apice elevato. Motivo per cui partire troppo presto potrebbe paradossalmente peggiorare la situazione perchè ti fa arrivare stanco e deconcentrato all’esame.
  3. Preoccupati solo di ciò su cui puoi incidere. Ci sono stati tanti o pochi ammessi? la commissione vorrà bocciare tanto o poco? E se quella mattina sarò quarto e avranno promosso i primi 3? mi segano sicuro… Ok tutto questo è jamming! Escludilo dai tuoi pensieri. Primo perchè in gran parte si tratta di leggende metropolitante di cui, peraltro, esistono sempre versioni completamente opposte (meglio essere primi, no meglio ultimi… ecc). Secondo perché stai impiegando energie preziose su aspetti su cui hai potere di infuire pari a zero. Tanto varrebbe preoccuparsi se pioverà o ci sarà il sole.
  4. Metodo di studio. Ok, questo dipende solo da te. Studiare le materie in serie o in parallelo, fare schemi e riassunti o no, studiare soli o in compagnia. Come più ti aggrada e come sai di rendere meglio. Basta che ricordi a te stesso che in quei (3? 4? 5?) mesi il tuo scopo nella vita è lo studio. Magari inizia gradualmente, le prime settimane mezza giornata e poi incrementa. Basta che tu non prenda sotto gamba la cosa perchè, credimi my friend, sarà una esperienza massacratnte, fisicamente e mentalmente. Dormi quanto puoi; nelle fasi finali stacca la spina dal mondo (io ho disattivato l’account Facebook in quei mesi) e stop.
  5. in bcca al lupo!

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe in cui cercherò di condividere con te alcuni consigli utili per prepararti al meglio.

Se hai aperto questa pagina sei in una condizione in cui io e molti altri prima di te ci siamo già trovati, credimi so come ti senti e so quanto possa essere incredibilmente stressante la cosa.

L’esame da avvocato è senza dubbio una delle prove più estenuanti a cui ci si può sottoporre: chiunque ci sia passato sa di cosa parlo e tutti quelli che si stanno avvicinando all’evento lo attendono con ansia.

Vorrei condividere qui alcuni consigli utili, maturati sia grazie all’esperienza personale che al confronto con molti colleghi e amici che hanno partecipato, in modo da permettervi di affrontare al meglio la prova.

In fondo, se stai leggendo, o non lo hai mai dato e hai impellente bisogno di capire di cosa si tratta, o lo hai già dato e non è andata come speravi, motivo per cui, forse, devi modificare qualcosa nella preparazione all’evento.

Fase 1: Preparazione allo scritto.

Tralascio se e quanto sia importante partecipare ad uno dei famosi (e costosissimi) corsi di preparazione. Personalmente ho dovuto frequentarne uno perché reso obbligatorio dall’Ordine presso cui svolgevo la pratica, da cui comunque ho ricevuto alcuni spunti interessanti che mi sono poi tornati utili in durante le prove.

Ciò che invece mi preme evidenziare è un’altra cosa: è molto più importante preparare bene come scrivere un parere o un atto che studiare a fondo le nozioni di diritto e giurisprudenza.

Ho conosciuto persone che per prepararsi allo scritto hanno passato mesi sui manuali di Civile e Penale per cercare di essere preparati su ogni singolo istituto, senza peraltro trovare da ciò un gran giovamento, per almeno 2 motivi:

  1. L’esame da avvocato è una maratone snervante; la preparazione allo scritto è solo la prima tappa, peraltro non la più dura. Le energie spese inutilmente prima rischiano di essere energie mancanti dopo.
  2. Lo sforzo che richiede conoscere bene tutti gli istituti da un vantaggio nullo rispetto a quello estremamente più ridotto che attribuisce l’imparare ad usare bene il Codice commentato, all’interno del quale sono perfettamente descritti dalle varie sentenze tutti gli istituti di cui avrai bisogno (cosa che vedremo meglio nella fase “fare lo scritto”.

Quindi, come prepararsi al meglio per lo scritto? 3 consigli:

1 Scrivete molto, soprattutto pareri che difficilmente siamo abituati a scrivere nella normale attività di pratica forense.

Nel fare ciò individuate un vostro schema fisso per la redazione del parere, in modo che, prescindendo dal tema, abbiate già una ossatura fissa che vi agevola. Può sembrare una cavolata ma, credetemi, al momento dell’esame la testa va un po per i fatti propri, meno cose dovrete improvvisare e meglio sarà. Predisponete anche una frase di avvio “neutra”, abbastanza standardizzata da poter essere usata in ogni circostanza: non lo direste mai, ma il blocco da foglio bianco esiste veramente! Le prove che fate, fatele scrivendo a mano, usando i codici che userete all’esame ed il dizionario di italiano: la verità è che non siamo più abituati a scrivere testi lunghi a mano, ne a farlo senza correttori automatici ed è brutto scoprire la cosa la mattina dello scritto (potrete scrivere il miglior trattato di legge possibile, ma se la calligrafia fa schifo o se ci sono errori di ortografia o grammatica vi segheranno sempre!).

Ciò che scrivi fallo correggere a qualcuno, magari al dominus o a qualche collega di cui ti fidi: è sempre difficile dare giudizi obiettivi su ciò che scriviamo. Alla peggio fallo leggere a qualcuno, anche non competente in ambito di diritto, per farne valutare la chiarezza ortografica e la correttezza grammaticale (è una delle cose fondamentali!).

Fate anche simulazioni nei tempi previsti dalla prova: il giorno della prova il rendimento, a causa dello stress, dell’emozione o della stanchezza, è al massimo un 80% di quella possibile (anche meno). Più ti prepari,menò dovrai improvvisare al momento e minore sarà questo spread.

2 Più che studiare gli istituti di diritto, imparate ad usare il vostro codice e prendeteci una confidenza estrema.

Che ci crediate o no, avere il codice commentato è come avere un manuale, basta saperlo usare: quando mi preparavo per lo scritto, fra i colleghi il tema principale era su quale codice sarebbe stato più facile trovare “LA sentenza”. E’ l’ultimo dei vostri problemi! la famigerata sentenza viene sempre fuori, e alla fine non è essenziale per superare la prova. L’utilità del codice è un’altra. Ovviamente ogni parere è incentrato su un singolo istituto, mediamente circoscritto ad un singolo articolo di codice. Perfetto. Iniziando a leggere tutte le sentenze annotate e relative all’articolo e ampliando la lettura agli articoli limitrofi e collegati, troverete tutte le descrizioni di tutti gli istituti che vi servono, scritte spesso dalla Cassazione (quindi, si spera scritte molto bene), che potrete riutilizzare come più vi piace. Ve lo giuro, c’è scritto tutto! Io ho dato lo scritto nel 2009 e ho dovuto dare il cautelare anche nel 2010. Dovendo dare l’orale a febbraio, per il cautelare non mi è passata neanche per l’anticamera del cervello l’idea di studiare per lo scritto. Arrivato li è uscita una traccia di civile su un istituto mai sentito in vita mia (mi pare avesse a che fare con una concessionaria di auto). Fatto (ed è stato il voto più alto) semplicemente studiando al momento dal codice.

3 L’atto ha insidie da valutare bene prima

Se fate una pratica reale di certo una cosa che non vi manca è l’esperienza nel fare gli atti. Ci sono però cose da valutare onde evitare di trovarsi spiazzati all’esame. Intanto, scrivere un atto al PC, mediamente riscrivendo su un precedente, è ben diverso dallo scrivere a mano su un foglio bianco: tutta una serie di formule più o meno costanti non siamo abituati a scriverle (pare brutto ma la realtà, lo sappiamo, è questa), formule di stile, conclusioni, mandato…tutte cose che dobbiamo abituarci a scrivere a mano.

Aggiungo che, personalmente, io non andrei mai all’esame senza avere un minimo di confidenza su almeno due materie per l’atto: l’idea “io tanto farò l’atto di civile” e non avere idea di come si scriva un appello è un rischio. Ci possono essere mille motivi per cui l’atto che esce vi risulta difficile ed è sempre meglio non lasciarsi una opzione unica.

per la fase 2 (consigli per affrontare l’esame scritto) clicca qui

per la fase 3 (consigli su come affrontare l’orale) clicca qui

 

 

 

Se devi dare l’esame da avvocato, dovresti leggere queste righe (parte 2 consigli per affrontare lo scritto)

Alcuni consigli pratici su come affrontare l’esame scritto da avvocato

Hai letto la parte 1 su come arrivare preparati ai giorni dello scritto (altrimenti se vuoi qualche consiglio clicca qui). Ok vediamo alcuni consigli fortemente pratici per sopravvivere a quei 3 giorni (4 con la consegna dei codici).

Ti ho già dato i consigli su come prepararti, quindi qui ti suggerirò solamente alcuni aspetti pratici, oserei dire pragmatici, su aspetti anche di basso livello ma che, credetemi, nel complesso incidono non poco sulla prova.

1 Cosa portare

Pensa questo: ciò che ti porti è un insieme chiuso e rappresenta tutti gli strumenti che hai a disposizione per affrontare la prova; accorgersi la che qualcosa ti avrebbe fatto comodo non è il massimo.

Ti dico ciò che a me ha è risultato estremamente utile.

  • Ovviamente i codici commentati, ovviamente un dizionario di italiano e ovviamente le eventuali raccolte di giurisprudenza che ti sei comprato (e fin qui nulla quaestio).
  • Portati, in aggiunta dei codici in versione tascabile, senza annotazioni: durate le ore in cui sarai seduto a quel banchino dovrai passare centinaia di volte da un articolo del codice all’altro. A fine giornata avrai probabilmente mal di testa e male agli occhi, aggirarti sui codici commentati sembrerà una sfida impossibile e una gran perdita di tempo. Avendo i codici tascabili sarà molto più agevole cercare gli articoli che ti servono, sia inizialmente quando stai inquadrando la questione nella tua mente, sia ogni volta in cui devi effettuare delle ricerche senza dover necessariamente controllare la giurisprudenza.

Puoi anche cercare tutti gli articoli che ti servono nel codice tascabile, segnarteli in un foglio e poi ritrovarli nel codice commentato. Per me, strumenti fondamentali!

  • Portati dei post it, possibilmente quelli stretti e lunghi, da usare come segnalibro: quando hai fretta non c’è cosa più snervante che ricercare per l’ennesima volta quell’articolo che ti serve e che pare sparito improvvisamente dal codice. Evidenziali tutti con un post it in modo da renderli immediatamente visibili e trovabili.
  • Sembra una banalità (sembra solamente…) ma assicurati di avere diverse penne uguali e abbastanza morbide (con tutti i casini che avrai quel giorno ti ci manca solo di finire la penna e non averne una uguale così che dovrai ricopiare tutto di nuovo). Ovviamente portati anche tutta la cancelleria che ti può essere utile (matita, gomma, appuntamatita ecc). Dico sembra…banale perché la tizia di fronte a me all’esame ha finito la penna a metà della copia di bella e, oltre a rompere le scatole a tutti quelli intorno a lei, ha dovuto ricopiare tutto da capo (mai nella vita!).
  • Portati un po di libagioni: ti prego, la schiacciata unta anche no!, cose veloci da mangiare, energiche e magari una bella confezione di pocket coffee (a me hanno salvato la vita). Ovviamente anche l’acqua, ça va sans dire.
  • porta un orologio o una sveglia da posizionare sul banco e che ti dica intuitivamente quanto manca e a che punto sei.

2. Dosa il tempo

Hai 7 ore, non sono né tante né poche, ma vanno dosate bene. Come fare?

Io non credo che esista una divisione univoca del tempo valida per chiunque. L’unico modo che hai per capire la TUA suddivisione ideale è aver fatto delle prove prima.

Alcuni punti fissi però ci sono, e secondo me sono:

  • prenditi un congruo lasso di tempo per leggere bene (bene!!!) le tracce e scegliere quale fare (la cosa peggiore che possa capitarti è iniziare un parere o un atto e a metà decidere che non fa per te e cambiarlo…mai nella vita!)
  • una volta scelta la traccia, rileggila ancora. Prima lo scopo della tua lettura era scegliere la traccia, adesso è capirla a fondo e evidenziare visivamente (con matita, evidenziatore…vedi tu) le cose importanti, gli istituti, la domanda. Come detto non esiste un limite temporale fisso, ma se inizi a scrivere prima di aver letto la traccia per almeno un’ oretta, probabilmente la hai letta poco e male.
  • cerca gli istituti sul codice tascabile e segnateli su un foglio. Poi inizia lo studio dei singoli articoli e della giurisprudenza sul codice annotato. Qui inizierai a immergerti nel problema e ad individuare la soluzione che vuoi proporre. Questa parte è forse la più importante, io non gli dedicherei meno di un paio d’ore.
  • Fatti uno schema del parere che vuoi scrivere: ricorda una cosa, la funzione dello schema è essenzialmente quella di verificare se ciò che vuoi dire ha una sua consequenzialità logica, non è uno schemetto da scuole medie in cui ti limiti a scrivere “introduzione, corpo, conclusioni”.
  • Se hai fatto tutto questo, adesso hai una idea chiara in testa (e in breve nello schema) di come buttare giù il parere o l’atto. Scriverlo sarà relativamente semplice.
  • Serve fare la brutta e poi ricopiare? Si, di massima non mi sentirei di dire il contrario. Personalmente però mi è capitato di scrivere il parere direttamente in bella. Se hai una idea chiara di cosa vuoi scrivere e sei a corto di tempo alle brutte puoi farlo (estrema ratio!). In ogni caso, se devi ricopiare tutto, ti servirà almeno 1-1,5 ore da dedicare (ricrda che scrivere richiede un tempo non comprimibile, puoi leggere più veloce, non scrivere più veloce).

3. Cose da tenere a mente nel parere/atto

La bontà di un parere non si misura né dalla lunghezza, né con il valore giuridico assoluto delle conclusioni.

Ciò che realmente conta è:

  • scrivere chiaro e in maniera corretta (l’italiano non è un optional). Credetemi, i commissari hanno poco tempo e ancor meno voglia di leggere i vostri ottimi scritti, se gli fornite una scusa perfetta per segarvi alla terza righa, perché magari non si capisce una mazza o c’è un’ h sbagliata a loro non pare il vero (comunque riga si scrive senza h, se non lo avete notato qui sopra, avete un problema).
  • Sviluppare lo scritto in maniera coerente: deve essere un percorso che inizia dal “problema”, prosegue con una analisi giuridica da cui deriva una conclusione che necessariamente deve essere coerente con l’analisi fatta (Dio di tutti gli errori è strutturare una analisi per poi inserire conclusioni contrarie, magari perché tutti intorno a voi hanno concluso così). Giuro, avete più possibilità di passare con uno scritto che sostiene bene conclusioni minoritarie che con uno del tutto incoerente con conclusioni infilate come un fungo.
  • Le citazioni, soprattutto della giurisprudenza: sono fondamentali, ma vanno sapute usare. Vanno messe per dare autorevolezza a ciò che si scrive MA spararle ovunque non non serve a nulla. Meglio usarle come mero sostegno di qualcosa che si sostiene (del tipo … i criteri su cui si basa la determinazione di un assegno di mantenimento sono evidentemente……..del resto alle medesime conclusioni è giunta anche la Corte di Cassazione …Sent nr____). Pare una banalità ma dire ..è cosi perché lo dice la Cassazione e…l’istituto va interpretato cosi, del resto anche la Cassazione si esprime così…non è la stessa cosa.

Aggiungo, meglio uno scritto più sintetico, ma lineare e motivato che un capolavoro di n facciate. Una delle scene che ho visto più spesso sono persone, anche brave, convinte di aver fatto uno scritto da 105 almeno e poi bocciate.

Ultimissima questione: concentrate le vostre energie solo su cose in cui potete incidere: pensare a quale commissione correggerà, a se esista o meno una percentuale fissa di bocciati…non vi serve a niente, tanto non potreste comunque farci nulla.

In bocca al lupo….. magari ci rivedremo per gli orali

Per qualsiasi domanda scrivetemi pure in privato.

Perché da cattolico non mi sento di dare giudizi sulle scelte Fabo (o di chiunque altro nelle stesse condizioni)

Vorrei dirvi perché da cattolico non mi sento di dare giudizi sulle scelte Fabo (o di chiunque altro nelle stesse condizioni)

Ammetto che ho molte remore sullo scrivere su questo argomento: quando accadono vicende come quella di Fabiano, con il risalto mediatico che ha avuto, così come fu per Eluana Englaro, sembra che le persone smettano di ragionare e, armate di bandiere e sciarpe, prendano posto in curva per tifare in un derby.

Personalmente invece credo che, quando si decide di entrare nel merito di scelte individuali, scelte sofferte, se proprio si sente il bisogni di farlo, sia necessario, anzi doveroso, farlo in punta di piedi. Cogliere l’occasione per buttare nella mischia mediatica qualche frase ad effetto non è solo sbagliato, è anche dannoso per il modo in cui svilisce il livello dei pensieri su circostanze tanto delicate.

La premessa è che sono cattolico, o meglio credo (so benissimo che le due cose possono non coincidere). Ma il mio credere è qualcosa che riguarda me ed il rapporto fra la mia coscienza e ciò in cui credo. Nessun altro. Non coloro che fanno scelte differenti dalle mie, a cui non sento minimamente il desidero di far cambiare idea, tantomeno riguarda quelli che “credono più di me” e che vorrebbero indicarmi la retta via. Ho la pretesa di scegliere la mia via da solo e se quando sarà giunto il mio momento avrò sbagliato, chi di dovere me lo farà capire.

La premessa è doverosa, anche se riluttante, come lo è per me parlare di cose intime come la credenza religiosa, perché non sopporto che il pensiero cattolico “autentico” passi per essere quello di personaggi in cerca di autore come Adinolfi o  Francesca Chaouqui.

Trovo ipocrita giudicare una scelta estrema, come quella di rinunciare a vivere, con la facilità di chi riversa in rete il primo pensiero che gli passa per la testa, magari subito prima o subito dopo aver fatto una partita a tennis, una passeggiata, una serata con amici. Magari dopo aver preso un moment per un po’ di mal di testa, lamentandosi di quanto sia fastidioso.

Non può essere tanto semplice. Le nostre convinzioni, anche quelle più radicate, derivano da ciò che siamo, quindi per la maggior parte dei casi, da ciò che possiamo manifestare di noi nel mondo. Per certe persone non esiste più nulla di tutto ciò. Non esiste più, di fatto, una loro manifestazione nel mondo. Se non il dolore fisico, perenne e mentale per non essere più ciò che si era, senza speranza di ritorno.

Se proprio ci si sente in dovere di giudicare, sarebbe prima giusto immedesimarsi. Quando ci lamentiamo per un piccolo acciacco, per qualche dolore muscolare, per uno stato di forma scarso a causa di una vita sedentaria e del troppo lavoro, dovremmo provare ad immaginare (ed è l’unica cosa a cui si può aspirare, perché è impossibile rendersene conto effettivamente) quegli acciacchi e quei dolori moltiplicati per 100, per 1000, sempre, ogni giorno, senza possibilità di avere sollievo.

E quando simo pronti ad esternare al mondo un nostro pensiero, come me in questo momento, o come i due soggetti nominati più in su, quando sentiamo il desiderio di vedere, di ascoltare, di interagire, immaginiamo che non sia possibile, che tutto ciò che ci è concesso sia stare sdraiati, immobili, sedati. Avere la convinzione che in qualsiasi circostanza che la vita può offrirci non muteremmo i nostri valori e le nostre convinzioni è utopico, o peggio è arrogante e stupido.

Fare un commento di qualsiasi genere senza prima aver quantomeno tentato di immaginare questa situazione, nella convinzione irrazionale ma rassicurante che, in fondo, non ci troveremo in quella condizione, è tanto, troppo facile e anche tanto, troppo sbagliato. Significa lottare per imporre ad altre persone una scelta che, in fondo, non sappiamo nemmeno noi se sia realmente corretta.

Decidere di morire è una scelta estrema, ma è una scelta individuale, che ciascuno di noi può un giorno trovarsi a prendere. Riguarda l’individuo e, in parte, le persone care che ha attorno e che l’ultima cosa che vorrebbero è dover rinunciare all’amato, ma che razionalmente accettando di perdere pur di non vederlo più soffrire tanto. Stop. Il discrimine non può essere solamente la capacità fisica di porre in essere questa scelta autonomamente.

Ecco perché non voglio che la mia religione diventi un alibi all’incapacità politica di prendere una decisione, una cosa a cui la politica effettivamente serve è infatti proprio fare scelte. Se questa capacità ci fosse stata probabilmente oggi non parleremmo tanto di antipolitica.

Non ci può essere una battaglia politica pre-schierata sul suicidio, in nessun modo e di nessun tipo. Non può il medesimo settore culturale, politico inneggiare agli imprenditori morti suicidi (anch’essi vittime disgraziate di fatti di vita), come eroi al fine di schierarne politicamente le morti e, con la stessa disinvoltura, additare come vigliacchi coloro che alla stessa scelta arrivano a causa di sofferenze indicibili.

Su questo terreno di scontro francamente non ci sto, e credo che non dovrebbe starci nessuno. Se credere serve a qualcosa, serve innanzitutto a saper amare e il primo passo per amare è rispettare senza giudicare, specialmente quando giudicare con cognizione è impossibile.

 

Il nuovo girotondino: l’intervista di D’Alema in cui sembra Moretti

moretti

Dopo Renzi e Berlusconi anche D’Alema ha pensato bene di far risentire la propria voce. Lo ha fatto con una intervista al Corriere della Sera in cui sembra Moretti ; del resto che gusto c’è a distruggere se poi non si può ballare un po’ sulle ceneri.

L’aspetto interessante è che “il migliore”, così veniva un tempo chiamato, ha in sostanza incentrato la propria intervista su un punto: con questa classe dirigente (ossia con Renzi), non vinceremo mai. La cosa simpatica è che è la stessa frase, uguale uguale, fu pronunciata da Nanni Moretti quel lontano (ma non troppo) 2 febbraio 2002 sul palco della manifestazione di Piazza Navona, proprio di fronte ad una sbigottita dirigenza dell’Ulivo e da quella frase presero in pratica vita i “girotondini” che vedevano proprio in Nanni Moretti uno dei propri fautori principali.

Ora, anche se è passato qualche anno, non è difficile ricordarsi chi impersonasse la dirigenza chiamata in causa, per colpa della quale il centro-sinistra non avrebbe mai rivinto. A memoria pochi anni prima il buon Massimo era stato presidente del consiglio per due governi consecutivi (in totale dal 1998 al 2000) dopo che nel 1998 era stato silurato il primo governo Prodi (in pratica se c’è un governo di centro sinistra immancabilmente viene silurato e poi spunta D’Alema – tesi-antitesi-sintesi). Certo, lui su quel palco non c’era e certamente i due soggetti che Nanni Moretti attacco platealmente furono Rutelli e Fassino; ma di certo è difficile escludere D’Alema dal quadro di quella dirigenza che, per anni, ha condannato le coalizioni di centro sinistra alla sconfitta, per quanto la indiscutibile bravura nel far combattere ad altri le proprie battaglie gli vada riconosciuta..

Ad ogni modo questa è ancora comicità sottile, il punto veramente esilarante viene dopo. L’intervista infatti prosegue con alcune considerazioni sul caso “Monte dei Paschi”: D’Alema si augura che la commissione d’inchiesta faccia piena luce e, quando l’intervistatore gli fa presente che, in fondo, Monte dei Paschi era roba loro, la risposta è una secca smentita: durante il periodo in cui era Presidente del consiglio D’Alema non voleva la “banca di sinistra” e si è fortemente battuto per eliminare i rapporti fra partito e Fondazione.

Quindi ricapitolando: D’Alema non ha nulla a che fare con la dirigenza dell’Ulivo che tanti disastri ha portato e contro cui Moretti tuonò da Piazza Navona; D’Alema non ha nemmeno nulla a che fare con banche in generale e Monte dei Paschi in particolare, aspetti che ha seguito esclusivamente in maniera formale e per dovere d’ufficio nei giorni in cui era Presidente del Consiglio. In compenso adesso ha una ricetta chiara su cosa serva e soprattutto su cosa non serva al PD per non subire una tremenda sconfitta elettorale.

La cosa mi tranquillizza molto in effetti, così come sono certo tranquillizzi profondamente quel che rimane del popolo PD. L’unico problema che ci vedo è che queste abilità sono in fondo sprecate per la politica italiana. Così a naso, se queste parole dovessero arrivare alla HBO un posto come sceneggiatore di House of Cadrs sarebbe assicurato (nel dubbio un link per mandare il CV).

“Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio”

Classifica dei sindaci: chi guadagna e chi perde consenso

sindaci-imagoeconomica

Le classifiche, si sa, hanno sempre un certo fascino: che siano della serie A, di San Remo o del consenso dei sindaci italiani, danno sempre materiale di discussione durante i caffè al bar. Vediamo allora la classifica dei sindaci cercando di capire  chi guadagna e chi perde consenso fra i propri elettori e che conclusioni se ne traggono a livello locale e nazionale.

Fra chi scende e chi sale, quella che è uscita in questi giorni sul Sole 24 Ore sui sindaci più amati ha fatto particolarmente discutere per un punto: 5 Stelle che aprono e (in pratica) chiudono la graduatoria. Appendino, neosindaco di Torino prima, Virgy 103° posto su 104.

Allargando un po l’analisi, nelle prime 13 posizioni (fino al decimo posto ex aequo) troviamo 6 amministrazioni di centro-sinistra (fra cui il Firenze con Nardella al 2° posto), tre di centro-destra, due liste civiche, un 5 stelle (la Appendino appunto), ed un ex 5 stelle epurato addirittura sul podio (Pizzarotti a Parma), con una prevalenza di città di centro nord rispetto al sud Italia. Specularmente delle ultime dieci città, 3 sono amministrate dal centro-sinistra, 4 dal centro-destra, 1 da una lista civica e 2 dal movimento 5 Stelle (oltre a Roma troviamo Ragusa al 98° posto).

Ammettendo per un momento che i valori espressi da questi numeri abbiano un legame diretto con la qualità della gestione amministrativa (cosa non del tutto scontata), ciò che se ne trae sono tre considerazioni di massima:

  • c’è una certa equità nella distribuzione fra amministrazioni di centro-sinistra e centro-destra, pur con una leggera prevalenza della prima nelle posizioni più alte;
  •  l’apprezzamento ai sindaci è legato, più che all’appartenenza politica, al tenore di vita delle città. Aspetti come la posizione geografica e le condizioni economiche sono quindi prevalenti, in linea di principio, sulla posizione politica delle giunte;
  • il Movimento 5 Stelle ha seri problemi a farsi apprezzare quando governa. La Appendino rappresenta una eccezione di tutto rispetto e il primo posto in classifica certamente rispecchia una certa capacità della giunta pentastellata ad amministrare una città che, comunque va evidenziato, navigava in alte posizioni anche negli anni scorsi (basti pensare che Fassino, poi sconfitto al ballottaggio proprio dalla Appendino, nel 2015 era posizionato in un più che decente 7° posto).  Le altre esperienze a guida M5S sono invece abbastanza desolanti sotto il profilo del consenso. Le rimanenti tre amministrazioni a guida grillina navigano dal 92° posto in giù con perdita di posizioni rispetto allo scorso anno (la Roma di Raggi è addirittura posizionata peggio di quella di Ignazio Marino, cosa impensabile solo pochi mesi fa). In poche parole senza il risultato di Torino, le esperienze dei 5 stelle come amministratori avrebbero meno consenso di un concerto di Bello Figo alla festa della Padania. Ulteriore beffa per Raggi, Nogarin & Co. è un Pizzarotti epurato dal movimento e lanciatissimo nei consensi, al 3° posto con crescita notevole proprio dopo aver abbandonato Grillo (lo scorso anno Parma era posizionata al 43° posto!).

La questione 5 Stelle non è secondaria: il movimento è sempre forte in termine di consensi nazionali, con sondaggi vicini ai massimi storici e un elettorato potenziale che pare non risentire eccessivamente delle vicissitudini romane o europee; tuttavia nelle città principali amministrate i sindaci del movimento fanno particolarmente fatica a conquistare la fiducia di quei cittadini che escono dalla loro base elettorale.

Questo va al di là della preparazione o bravura dei singoli sindaci e il caso di Roma è abbastanza emblematico in questo senso: Virginia Raggi, presa singolarmente, è tutt’altro che persona limitata o impreparata. Ha anzi evidenziato in campagna elettorale delle ottime doti di base. Ma le realtà complesse non si governano con la sola bravura personale; servono collaboratori preparati e capaci, uno staff insomma. Ed è in questo che il movimento 5 stelle ha dimostrato le più grandi lacune nella capitale. Aspetto che non lascia molto tranquilli in chiave di governo nazionale.

Oltre alla Appendino, un personaggio che da questa classifica pare rafforzato è il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, 4° posto ex aequo e in gran rimonta rispetto allo scorso anno. La cosa ha evidentemente rilevanza nazionale in ottica di quella continua ricerca di una figura aggregante per il famoso soggetto “a sinistra del PD”(essere mitologico di cui tutti parlano e che nessuno ha visto). Fino ad ora si sono annichiliti nei recenti tentativi di divenirne perno nell’ordine, Vendola, Fassina e Civati (gli ultimi due in maniera veramente autodistruttiva).

Al momento i due candidati in prima fila per dare rilancio al progetto sembrano essere l’ex sindaco di Milano Pisapia e proprio De Magistris, anche se le idee che i due esponenti hanno per la collocazione di questo soggetto politico sono notevolmente differenti: il primo parrebbe orientato ad una collaborazione col PD, il secondo invece predilige un ruolo prettamente antagonista ai democratici (sulla capacità di scissione della sinistra italiana qualcuno prima o poi dovrà condurre seri studi scientifici, è roba da Nobel!).

Una chiusura (campanilistica) su una piccola città che sta rappresentando però un crocevia particolare negli ultimi periodi: Arezzo. Il capoluogo toscano è, come ormai tutti sanno, la provincia di origine di Maria Elena Boschi (e di Marco Donati che sul territorio è il referente concreto di componente), ed è stata chiamata città più renziana d’Italia viste le percentuali bulgare che la compenente raccattava in loco . E’ però anche la città di Banca Etruria e di Scansi, uno dei giornalisti più attenti sagaci e critici verso la compagine renziana: insomma per certi versi una città di frontiera (in più è anche la mia città, aspetto secondario ovviamente…).

Alle ultime comunali aveva prevalso al ballottaggio Alessandro Ghinelli, con una coalizione di centro-destra, proprio a discapito di un candidato PD di forte estrazione renziana che era risultato largamente vincente alle primarie di coalizione. La notizia aveva avuto una certa rilevanza nazionale proprio per la peculiarità politica del caso. Bene, anche in questo caso, finito il breve clamore mediatico, la “rivoluzione politica” pare essersi esaurita in breve, con entusiasmi ben presto congelati e una navigazione in zone di classifiche basse (80° posto), un livello di fiducia verso il primo cittadino piantato al 50%. e luna di miele di breve durata anche per le vallate dell’aretino. Tanto clamore per nulla.

 

 

Corte costituzionale: inammissibile il quesito sull’art. 18, ammissibile quello sui voucher.

referendum

Era nell’aria e così è stato. La Consulta ha deciso oggi sulla ammissibilità dei quesiti referendari proposti dai sindacati ammettendo quello sulla “abolizione dei voucher” e giudicando inammissibile il referendum proposto in materia di licenziamenti illegittimi.

Il dispositivo è stato depositato oggi ma per leggere le motivazioni ci sarà da aspettare un po, anche se con tutta probabilità i motivi vanno cercati nel fatto che il quesito proposto risulta manipolativo. Con ciò si intende che il risultato del referendum sarebbe, di fatto, la creazione di una norma completamente nuova e non la mera abrogazione di una presente.

Sul punto non mancheranno i commenti dottrinali e le “note a sentenza”, ma per quel che interessa qui è sufficiente prendere atto della cosa e valutarne le conseguenze.

L’inammissibilità del referendum c.d. sull’art 18 ha tolto l’arma migliore ai comitati promotori. Le altre questioni, se pur dibattute, voucher in particolare, hanno senza dubbio un minore appeal sull’elettorato rispetto alla questione dei licenziamenti, su cui sarebbe stato relativamente facile mobilitare le masse elettorali e cavalcare l’onda lunga del referendum costituzionale. 

Invece come arma di mobilitazione di massa a Camusso & C. rimangono solo i voucher, che in fondo sono un’arma non proprio affilata e che rischia di trasformarsi in un boomerang per almeno due buoni motivi:

  1. I voucher non sono la quinta essenza di tutti i mali. Sono un sistema ideato per ovviare ad un problema che, come nella migliore tradizione italiana, il popolo italico ha usato in modo distorto per crearsi un vantaggio. Ovviamente non mi riferisco solo a piccole aziende che cercano di sopravvivere, ma anche e soprattutto a gruppi e associazioni di ben altra dimensione e natura…ma ci torneremo dopo. Che l’abolizione tout court dei voucher non sposterebbe di nulla la questione aperta in merito alla disoccupazione in questo paese, vero enorme nodo con cui chiunque intenda governare dovrà scontrarsi per un bel po, è evidente anche agli stessi comitati promotori dei referendum. Tutto quello che oggi viene pagato in voucher si tramuterà semplicemente in nero, né più né meno. E quindi? Niente, l’ennesima battaglia politica mascherata da lotta per diritti irrinunciabili, all’esito della quale, che vinca il si o il no, poco o nulla cambierà in casa di lavoratori.
  2. Che i Voucher non siano  la banconota di Satana lo sanno più o meno tutti e più o meno tutti li usano. Anzi, leggendo le parole di Boeri la stessa CGL ha investito nell’anno più di 750.000 € in voucher e la CISL addirittura 1.500.000 €. Ora, qualcuno più smaliziato di me potrebbe dire che iniziare una guerra politica sui voucher quando li si usa con discreta disinvoltura per primi in casa dimostri una faccia….ci siamo capiti. E questo smussa ancora di più la punta dell’arma referendaria sulla quale, peraltro, pende sempre la spada di Damocle del raggiungimento del quorum (se avesse vinto il SI al referendum costituzionale anche questa cosa dei quorum sarebbe di gran lunga meno pressante, ma questa è un altra storia…).

In tutto ciò, l’aspetto più sconfortante è che dovremo probabilmente sorbirci altri mesi di campagna elettorale, di bacheche piene e menti vuote, di dibattiti sul nulla, perché del nulla si tratta, mentre le questioni serie restano in secondo piano. Qualsiasi cosa pensiate, queste non sono più le battaglie referendarie storiche su divorzio o aborto e chiunque vada ai seggi con l’idea di ottenere risultati differenti da quelli scritti nella scheda continua a non capire molto lo scopo del voto.

I voucher vanno modificati , questo ormai lo dicono più o meno tutti, occorre  introdurre rimedi all’abuso che ne viene attualmente fatto. Con buona probabilità qualche correttivo verrà introdotto, magari utile fino al prossimo modo di eludere i limiti per poi lamentarsi degli effetti negativi.

Nell’universo nulla si crea dal nulla, neppure il lavoro , tanto meno con i referendum.

M5S & Alde: breve storia triste di un fallimento annunciato

grillo-guy

Lo so, sembra accanimento terapeutico, ma il M5S continua ad elargire perle di una certa qualità e, trattandosi (sondaggio alla mano) del secondo partito in Italia in questo momento, la cosa non è particolarmente tranquillizzante.

Quindi, in breve: i grillini “scoprono” che in europa stanno per rimanere soli. Il loro amico Farage, dopo aver vinto il referendum sulla Brexit (rimanendo incredulo lui per primo), ha pensato bene di scomparire dai radar della politica britannica, figurarsi da quelli europei. In prospettiva futura quindi si stava delineando per i pentastellati un periodo di isolazionismo parlamentare da far invidia al Tom Hanks di Cast Away. Del resto, se basi tutta la tua politica sull’attaccare a testa bassa euro ed eurocrati, non è poi così difficile stare riccamente sulle balle a Bruxelles.

Come hanno pensato di uscirne? (poi uno non deve dire che lo staff 5 stelle è il vuoto pneumatico della politica…) Adesione ad Alde. Lo so che il nome non dice molto ma, come ormai i media nazionali ci hanno spiegato abbondantemente, Alde è il gruppo dei liberali. Quelli pro euro, pro europa, pro TTP (quello che sarebbe dovuto essere il patto di libero scambio con gli USA, ormai praticamente abortito), per capirci l’equivalente europeo di Mario Monti! Ci sarebbe da chiedersi cosa sia passato per la testa al leader del gruppo per proporre questa adesione: Verhofstadt era forse troppo impegnato a contare i voti in più che avrebbe avuto per la propria elezione alla presidenza dell’europarlamento per apprezzale le dimensioni della cavolata.

Ok, la cosa farebbe già ridere così. Però non sarebbero i 5 stelle se non avessero trovato il modo di infilarci la rete. Si, perché l’accordo di massima era stato siglato in gran segreto dai “vertici”; talmente in segreto che i deputati europei del movimento, quelli che avrebbero dovuto fisicamente aderire al gruppo liberale, sono completamente caduti dalle nuvole quando la notizia è uscita. Però in qualche modo sta famosa base andava coinvolta. Come fare? In fondo se sei nato e hai fatto fortuna con anni di attacchi ad Europa & Co. c’è il rischio che un contrordine a 180° possa rimanere indigesto.

Nessun problema: un bel post sul blog scritto da Beppe che, senza alcun preavviso, tempi per spiegazioni, dibattiti, senza insomma che si avesse il tempo per googlare “Alde” e vedere che animale strano fosse, apriva le votazioni per far esprimere il movimento. 3 possibilità: rimanere soli, rimanere con gli indipendentisti (per poi rimanere soli), o fare il gran balzo. Ovviamente liberi di scegliere ciò che volete, ma la terza sarebbe la scelta migliore. Inutile dire che i circa 40.000 che hanno votato, in gran maggioranza, hanno seguito le indicazioni del “caro leader”. Ok essere anti europei, ma vuoi mettere far parte di un gruppo (anche se ha basi politiche agli antipodi del Movimento), e poi se lo dice Beppe deve essere certamente per il meglio. Voto informato insomma.

Peccato che proprio ad un passo dall’accordo, qualcuno in europa si sia accorto che va bene tutto, va bene anche il nuovo asse USA/URSS (ops Russia), roba da far rimpiangere la guerra fredda, però gli amici di Farage, ancora in fase di godimento post Brexit, nel gruppo liberal impegnato a limitare i danni dell’uscita britannica dall’Europa, proprio non si poteva vedere. E  così che il “povero” Verhofstadt è stato costretto a ritirare l’offerta, dopo che già il movimento aveva “ufficializzato” la notizia.

Prescindendo dal fatto di aver annunciato una operazione politica poi naufragata in maniera fallimentare, due questioni emergono abbastanza prepotentemente da tutta questa storia: il primo aspetto è che, dopo la verginità relativa alle questioni giudiziarie, il M5S ha ormai perso anche quella della purezza di programma e di alleanza. Ok, la cosa non è andata in porto, ma non certo per volontà dei 5 stelle. In Europa hanno cercato l’alleanza con la forza forse più lontana alle idee con le quali i movimento è nato e si è espanso, e le scuse che fosse una alleanza “tecnica” onestamente lasciano il tempo che trovano. Quindi, da oggi la carta del duri e puri non regge più (da valutare gli effetti in chiave nazionale, e la Lega alla finestra ad osservare la possibilità di una alleanza politica).

Secondo aspetto è che ormai pare evidente che Beppe Grillo potrebbe far votare ai suoi sul blog qualsiasi cosa. Se è riuscito (con un po di furbizia) a far passare l’adesione ad Alde potrebbe tranquillamente fargli votare l’adesione a scientology (che peraltro ha più a che fare con alcuni “fenomeni” dei 5 stelle di Alde). Magari è una buona notizia per Grillo, Casaleggio & Co.. Per quanto mi riguarda però pone una pietra tombale sul valore della democrazia diretta in rete.

Dilettanti allo sbaraglio. Ma nessun problema, Beppe ha scritto che con questa operazione hanno fatto tremare il sistema più che mai, quindi, se lo dice Beppe, è certamente così. A meno che non si pensi che questi potrebbero arrivare al Governo in Italia, allora qualche problemino forse ci sarebbe.

Chi vuole votare e chi no: le partite della giungla parlamentare

parlamento

Per capire chi vuole realmente andare al voto in tempi rapidi (e con quale legge) e chi no, occorre ragionare tenendo a mente i numeri di Camera e Senato (e servono almeno un migliaio di parole…abbiate pazienza).

La questione si incentra sulla possibilità di creare aggregazione su due tipologie di maggioranze: quella per approvare una nuova legge elettorale e quella per “sfiduciare” eventualmente il Governo attualmente in carica. Va da sé infatti che senza la possibilità di “minacciare” in maniera credibile una caduta repentina del Governo, difficilmente si potrà avviare una discussione reale sulla legge elettorale che non sia un mero perder tempo fino a fine legislatura o quasi.

Sotto questo secondo punto di vista, al di là delle posizioni più o meno di facciata e le divisioni fra maggioranza ed opposizione, gli unici voti certi su cui potrebbe contare una eventuale sfiducia sarebbero quelli di Lega Nord e M5S, ossia 110 voti alla Camera e 47 al Senato.

Berlusconi (con i suoi 50 Deputati e 42 Senatori) è fuori da questa partita per ovvie ragioni: a lui serve ora più che mai un Governo che lo supporti nel respingere gli attacchi stranieri alle aziende familiari, o che almeno gli offra sponda per strappare condizioni di resa accettabili. Se a questo si aggiunge il forte calo nei sondaggi di FI, ecco che la posizione pro proporzionale, senza se e senza ma, nella speranza di ingabbiare il dibattito in trattative lunghe su un accordo impossibile, è presto spiegata.

Ai voti di Lega e M5S, in teoria, si potrebbero aggiungere invece quelli del PD che, da ultimo con Orfini, ha fatto chiaramente intendere che, nel caso in cui non ci fosse la possibilità concreta di aggregare alcuna maggioranza su una legge elettorale, si dovrebbe votare “subito”.

Qui iniziano i problemi perché, dei 301 Deputati e 113 Senatori (teoricamente sufficienti quindi  far raggiungere ad una mozione di sfiducia la maggioranza), è difficile capire quanti siano realmente ortodossi con la posizione della segreteria.

La situazione interna al PD infatti finisce per essere l’incognita principale dell’attuale labirinto parlamentare. Renzi ed i suoi vogliono andare al voto il prima possibile per diversi buoni motivi: All’indomani del referendum, anche se sconfitto, il Segretario del PD manteneva una posizione dominante, almeno nell’area di centro sinistra, in cui i sondaggi lo indicavano indiscutibilmente come candidato più forte. Ogni giorno che passa però la sua posizione strategica, nel partito e nel paese, rischia di indebolirsi. Nel paese perché il Governo Gentiloni, visto generalmente in assoluta continuità col precedente, è scarsamente popolare (per quanto fosse anche largamente prevedibile come unica alternativa reale all’indomani della sconfitta referendaria) ed il suo perdurare indebolisce la posizione elettorale del PD e di Renzi. Nel partito perché è ovviamente iniziata la notte dei lunghi coltelli democratica  e si sa,  saltar giù dal carro quando non è più quello del vincitore certo è uno sport sempre di tendenza. Dopo di che ci sono le “questioni personali”: in molti casi quella che si sta consumando all’interno del PD non è più una normale lotta di successione politica, ma ha assunto i connotati della guerra per bande con motivazioni del tutto soggettive. Le posizioni di D’alema e Bersani (tanto per fare due esempi) e di coloro che mandano a combattere le loro battaglie (vedi Speranza),  già sulla questione referendaria, non si spiegano altrimenti se non con il tentativo di portare avanti una vendetta personale su quel Renzi che li aveva in precedenza silurati. Inutile dire quindi che al motto di “responsabilità responsabilità responsabilità” la minoranza dem tenterà di tirare il governo più per le lunghe che potrà. Dalla capacità dell’ ex premier  di serrare i ranghi e mantenere il controllo del partito dipende in definitiva la lunghezza della legislatura.

Se il PD rimarrà abbastanza compatto sulla possibilità di andare alle urne in tempi brevi è probabile che il dibattito sulla legge elettorale si incentrerà realmente sul mattarellum: non è la prima scelta di nessuno, ma è quella che più o meno tutti vedono come il male minore, perché di fatto pronta all’uso e perché consente ai partiti più grossi di mantenere una certa rilevanza e a molti dei più piccoli di sopravvivere nel gioco delle coalizioni. Unica eccezione sarebbe il M5S che data la propria dichiarata impossibilità a fare alleanze di governo, si vedrebbe relegato di fatto all’ opposizione (sempre che questa non sia  l’ eventualità su cui il movimento sta puntando realmente) .

In caso contrario, senza  lo spauracchio di porre termine alla legislatura, sarà difficile trovare i voti per sostenere una legge elettorale di qualsiasi tipo in breve. Ci si avvierebbe quindi verso un sistema essenzialmente proporzionale da approvare verso scadenza naturale  delle Camere.

Altre forze minori sono scarsamente influenti sul piano della  durata dell’esecutivo: non hanno al momento in mano il reale ricatto di far mancare l’appoggio ad un governo della cui esistenza sono i primi beneficiari e, paradossalmente, anche senza di loro in teoria si può staccare la spina all’esecutivo. Quello che possono fare è tirarla  per le lunghe quanto possibile, nel tentativo di negoziare una legge elettorale che ne  assicuri quantomeno la sopravvivenza.

Sulla linea attendista sembra attestato anche il Quirinale che ha posto paletti rigidi sulla formulazione della nuova legge elettorale, richiedendo una ampia condivisione con le opposizioni (volere una legge condivisa anche da FI, Lega e M5S è equivalente a posticipare il tutto a tempo indeterminato). I motivi di questa posizione discendono, a mio avviso, da  due partite distinte: una ha a che fare con la reazione dell’apparato burocratico allo spoils system che è stato portato avanti negli ultimi due anni (lo dico senza alcuna pregiudiziale di merito, né sulla azione né sulla reazione, semplicemente come dato di fatto). La seconda, più preoccupante, è la partita economica, nella quale  il pericolo di elezioni senza un reale vincitore o con vincitore il M5S viene visto come preludio ad una “curatela” europea  ed internazionale verso l’Italia, di cui si iniziano a leggere qua e là alcune avvisaglie. Meglio quindi posticipare la cosa e puntare su una governabilità quasi certa. Pere che di queste partite anche l’entourage renziano abbia iniziato ad avvertire chiaramente almeno un paio di segnali.

In tutto ciò, per non farsi mancare nulla, c’è sullo sfondo la questione Corte costituzionale e pronuncia sull’ Italicum che potrebbe, in potenza, aprire scenari del tutto nuovi, complicando una navigazione che definire a vista pare riduttivo.