Classifica dei sindaci: chi guadagna e chi perde consenso

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Le classifiche, si sa, hanno sempre un certo fascino: che siano della serie A, di San Remo o del consenso dei sindaci italiani, danno sempre materiale di discussione durante i caffè al bar. Vediamo allora la classifica dei sindaci cercando di capire  chi guadagna e chi perde consenso fra i propri elettori e che conclusioni se ne traggono a livello locale e nazionale.

Fra chi scende e chi sale, quella che è uscita in questi giorni sul Sole 24 Ore sui sindaci più amati ha fatto particolarmente discutere per un punto: 5 Stelle che aprono e (in pratica) chiudono la graduatoria. Appendino, neosindaco di Torino prima, Virgy 103° posto su 104.

Allargando un po l’analisi, nelle prime 13 posizioni (fino al decimo posto ex aequo) troviamo 6 amministrazioni di centro-sinistra (fra cui il Firenze con Nardella al 2° posto), tre di centro-destra, due liste civiche, un 5 stelle (la Appendino appunto), ed un ex 5 stelle epurato addirittura sul podio (Pizzarotti a Parma), con una prevalenza di città di centro nord rispetto al sud Italia. Specularmente delle ultime dieci città, 3 sono amministrate dal centro-sinistra, 4 dal centro-destra, 1 da una lista civica e 2 dal movimento 5 Stelle (oltre a Roma troviamo Ragusa al 98° posto).

Ammettendo per un momento che i valori espressi da questi numeri abbiano un legame diretto con la qualità della gestione amministrativa (cosa non del tutto scontata), ciò che se ne trae sono tre considerazioni di massima:

  • c’è una certa equità nella distribuzione fra amministrazioni di centro-sinistra e centro-destra, pur con una leggera prevalenza della prima nelle posizioni più alte;
  •  l’apprezzamento ai sindaci è legato, più che all’appartenenza politica, al tenore di vita delle città. Aspetti come la posizione geografica e le condizioni economiche sono quindi prevalenti, in linea di principio, sulla posizione politica delle giunte;
  • il Movimento 5 Stelle ha seri problemi a farsi apprezzare quando governa. La Appendino rappresenta una eccezione di tutto rispetto e il primo posto in classifica certamente rispecchia una certa capacità della giunta pentastellata ad amministrare una città che, comunque va evidenziato, navigava in alte posizioni anche negli anni scorsi (basti pensare che Fassino, poi sconfitto al ballottaggio proprio dalla Appendino, nel 2015 era posizionato in un più che decente 7° posto).  Le altre esperienze a guida M5S sono invece abbastanza desolanti sotto il profilo del consenso. Le rimanenti tre amministrazioni a guida grillina navigano dal 92° posto in giù con perdita di posizioni rispetto allo scorso anno (la Roma di Raggi è addirittura posizionata peggio di quella di Ignazio Marino, cosa impensabile solo pochi mesi fa). In poche parole senza il risultato di Torino, le esperienze dei 5 stelle come amministratori avrebbero meno consenso di un concerto di Bello Figo alla festa della Padania. Ulteriore beffa per Raggi, Nogarin & Co. è un Pizzarotti epurato dal movimento e lanciatissimo nei consensi, al 3° posto con crescita notevole proprio dopo aver abbandonato Grillo (lo scorso anno Parma era posizionata al 43° posto!).

La questione 5 Stelle non è secondaria: il movimento è sempre forte in termine di consensi nazionali, con sondaggi vicini ai massimi storici e un elettorato potenziale che pare non risentire eccessivamente delle vicissitudini romane o europee; tuttavia nelle città principali amministrate i sindaci del movimento fanno particolarmente fatica a conquistare la fiducia di quei cittadini che escono dalla loro base elettorale.

Questo va al di là della preparazione o bravura dei singoli sindaci e il caso di Roma è abbastanza emblematico in questo senso: Virginia Raggi, presa singolarmente, è tutt’altro che persona limitata o impreparata. Ha anzi evidenziato in campagna elettorale delle ottime doti di base. Ma le realtà complesse non si governano con la sola bravura personale; servono collaboratori preparati e capaci, uno staff insomma. Ed è in questo che il movimento 5 stelle ha dimostrato le più grandi lacune nella capitale. Aspetto che non lascia molto tranquilli in chiave di governo nazionale.

Oltre alla Appendino, un personaggio che da questa classifica pare rafforzato è il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, 4° posto ex aequo e in gran rimonta rispetto allo scorso anno. La cosa ha evidentemente rilevanza nazionale in ottica di quella continua ricerca di una figura aggregante per il famoso soggetto “a sinistra del PD”(essere mitologico di cui tutti parlano e che nessuno ha visto). Fino ad ora si sono annichiliti nei recenti tentativi di divenirne perno nell’ordine, Vendola, Fassina e Civati (gli ultimi due in maniera veramente autodistruttiva).

Al momento i due candidati in prima fila per dare rilancio al progetto sembrano essere l’ex sindaco di Milano Pisapia e proprio De Magistris, anche se le idee che i due esponenti hanno per la collocazione di questo soggetto politico sono notevolmente differenti: il primo parrebbe orientato ad una collaborazione col PD, il secondo invece predilige un ruolo prettamente antagonista ai democratici (sulla capacità di scissione della sinistra italiana qualcuno prima o poi dovrà condurre seri studi scientifici, è roba da Nobel!).

Una chiusura (campanilistica) su una piccola città che sta rappresentando però un crocevia particolare negli ultimi periodi: Arezzo. Il capoluogo toscano è, come ormai tutti sanno, la provincia di origine di Maria Elena Boschi (e di Marco Donati che sul territorio è il referente concreto di componente), ed è stata chiamata città più renziana d’Italia viste le percentuali bulgare che la compenente raccattava in loco . E’ però anche la città di Banca Etruria e di Scansi, uno dei giornalisti più attenti sagaci e critici verso la compagine renziana: insomma per certi versi una città di frontiera (in più è anche la mia città, aspetto secondario ovviamente…).

Alle ultime comunali aveva prevalso al ballottaggio Alessandro Ghinelli, con una coalizione di centro-destra, proprio a discapito di un candidato PD di forte estrazione renziana che era risultato largamente vincente alle primarie di coalizione. La notizia aveva avuto una certa rilevanza nazionale proprio per la peculiarità politica del caso. Bene, anche in questo caso, finito il breve clamore mediatico, la “rivoluzione politica” pare essersi esaurita in breve, con entusiasmi ben presto congelati e una navigazione in zone di classifiche basse (80° posto), un livello di fiducia verso il primo cittadino piantato al 50%. e luna di miele di breve durata anche per le vallate dell’aretino. Tanto clamore per nulla.

 

 

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