Il giro del mondo in 800 parole (circa)

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Passata l’enfasi per la “nuova liberazione” del 4 dicembre (da che poi…mah!) e terminata la digestione dei 3 giorni più calorici dell’anno, iniziamo forse a chiederci quale sia il panorama politico nazionale reale.

Prima di quello però, sarebbe opportuno allargare lo sguardo e cercare di capire in che mondo stiamo vivendo perché, se non fosse chiaro, le dinamiche internazionali sono come una corrente su cui quelle interne non possono fare a meno di galleggiare. Ok, lo so l’argomento si digerisce peggio del cenone di natale, però due spunti (limitati) al volo ci vogliono.

Qui nasce il primo problema, perché l’idea di mondo che aleggia nell’immaginario nazionale collettivo, un mondo eurocentrico in cui le priorità vengono stabilite in accordo fra USA ed Europa, se mai è esistito nella storia recente, di certo non esiste più.

Per parlare di mondo oggi bisogna innanzitutto parlare di Asia e di Cina in particolare. L’area asiatica è e sarà sempre di più infatti il fulcro delle alleanze politiche economiche e militari. La Cina aspira oggi, come non mai in precedenza, al ruolo di potenza globale: mentre noi digeriamo il panettone, non solo ha “abbattuto” la grande muraglia, ma ha intrapreso ingenti opere di investimento in Africa, dove ha costruito porti, infrastrutture e punti di estrazione petrolifera. La politica cinese sta, in particolare, ponendo le basi per una espansione economica sia in direzione europea che verso il Pacifico. Lo sta facendo anche grazie la costruzione di infrastrutture terrestri in paesi centro-asiatici (come il Pakistan), la creazione di porti utili a scopi commerciali e militari (principalmente in Pakistan e nello Sri Lanka), e mediante la costruzione vera e propria di isole nel Pacifico, da utilizzare come punti di snodo logistico aereo e navale, scoprendo una vocazione marittima che, pur se di recente nascita, sta velocemente recuperando il gap con potenze storicamente più proiettate sui mari (per chi fosse interessato leggere qualcosa sul programma OBOR one belt, one road).

La Russia è l’altra potenza che, dopo il ridimensionamento conseguente alla fine della guerra fredda, sta riscoprendo la propria vocazione se non globale, quantomeno regionale.

La cosa non era scontata: anche se esternamente la politica interna russa sembra saldamente nelle mani di Putin, questo non è stato sempre granitico. L’economia nazionale dipende fortemente dall’esportazione di fonti energetiche, gas prima di tutto, così il prezzo basso del greggio, unito all’isolamento internazionale in cui la Russia in qualche modo stava per essere confinata, non aiutavano l’economia e, di conseguenza, la leadership di Putin. Alcuni segnali, come la riorganizzazione dell’aprile scorso della Guardia Nazionale Russa che il Presidente russo ha posto direttamente ai propri ordini, facevano intuire che qualche pericolo il neo Zar lo intravedeva.

Alcuni fattori hanno tuttavia ridimensionato notevolmente questi pericoli: il ruolo centrale nella situazione siriana, anche per il vuoto lasciato più o meno volontariamente dagli Sati Uniti; il golpe turco, il cui risultato più significativo è stato un netto rinsaldamento dei legami fra Russia e Turchia; la vittoria di Trump alle presidenziali americane che ha decisamente modificato la prospettiva dei rapporti fra le due potenze.

Oggi la Russia è, di fatto, una nazione con ampie prospettive di rilevanza strategica sia nello scenario mediorientale che europeo, peraltro con la benedizione statunitense che con la nuova amministrazione ha interesse a inserirsi nell’asse Russo-turco.

In tutto ciò gli Stati Uniti che fanno? Si preoccupano essenzialmente del panorama asiatico e non da adesso: sotto questo punto di vista il passaggio da Obama a Trump è abbastanza soft. Già la passata amministrazione infatti aveva più volte lasciato intendere il progressivo disinteressamento alle questioni europee e del mediterraneo allargato, in favore di una politica più attenta verso quegli alleati (Filippine, Singapore, Giappone, Corea del Sud…perfino il Vietnam) che avessero un ruolo contenitivo dell’espansione cinese.

L’Europa in tutto ciò ha un ruolo che inizia ad essere marginale. Rimane certamente uno sbocco commerciale privilegiato, anche grazie al mercato unico. Tuttavia diminuisce giorno dopo giorno la capacità di influenzare le dinamiche della strategia globale. Questo per molti motivi, alcuni dei quali intrinseci al sistema europeo: negli ultimi anni il vecchio continente è stato caratterizzato perlopiù da leadership deboli e, pur in presenza di problematiche fortemente comuni, dal prevalere di spinte populiste e divisive. Ciò, in combinato con il già accennato ridimensionamento dell’interventismo statunitense, hanno fatto perdere all’Europa una ottima occasione per scoprirsi partner politico e militare privilegiato.

A ciò si aggiunge la questione scottante dell’anti terrorismo, o meglio dell’inefficienza dell’anti terrorismo europeo. Sia chiaro, di per sé questo aspetto non sposta la questione strategica; sposta però l’opinione pubblica europea, contribuendo alla diffusione di quei populismi e di quelle spinte divisorie che, già ad oggi, costituiscono parte del problema continentale.

In tutto ciò, anche se sembra un universo completamente a sé e distante, si inserisce il dibattito interno, incentrato  oggi sulla legge elettorale e elezioni (prima o dopo?) nell’impossibilità, a quanto pare, di programmare una linea strategia che vada al di là della prossima tornata elettorale. Ma questa è un altra storia….

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