PRODI E IL “PARTITO DEI RICCHI”: L’INCIAMPO DEL PROFESSORE

Prodi torna a parlare in TV di politica e del PD; lo fa a La7, a Piazza pulita con Corrado Formigli e nell’occasione, fra l’altro, afferma che “il PD non è più il partito dei ricchi” e che, in sostanza, la nuova direzione è molto diversa dalla precedente.

Lo dice imboccato da quel vecchio volpone di Formigli, che gli serve la portata con delicatezza, chiedendogli espressamente se il PD debba cambiare l’idea che di se da di essere, appunto, un partito dei ricchi, ma certo il professore, non certo un neofita della politica, avrebbe potuto, volendolo, aggirare agilmente l’ostacolo, magari ribattendo che il PD non è mai stato il partito dei ricchi, o che questa impressione, anche se diffusa, è comunque sbagliata.

Invece ha preferito cavalcare il momento, accogliendo la tesi che andrebbe relegata al recente passato, visto il “netto cambiamento di rotta” degli ultimi tempi.

Viene quindi da chiedersi, veramente prodi pensa che il PD fosse un partito ad uso e consumo delle classi agiate? E se sì, da quando?

Fino all’inizio del 2013 probabilmente Prodi non riteneva il PD poi così apertamente schierato in favore dei ricchi: nel gennaio di quell’anno il Professore fu infatti scelto come candidato alla presidenza della Repubblica proprio dal PD, candidatura che fu accettata di buon grado senza alcuna puntualizzazione circa la fastidiosa vicinanza ai poteri forti del PD.

La candidatura tuttavia non andò a buon fine; 101 franchi tiratori impedirono l’elezione, infliggendo l’ennesima umiliazione al padre nobile del centro sinistra nazionale. Da quel momento, forse, il PD inizia nella mente di prodi la propria trasformazione in partito dei ricchi.

Al di là di tutto, prima ancora di dire se la “nuova direzione” stia portando il PD a non essere più il partito associato ai ricchi, bisognerebbe capire se lo sia mai stato precedentemente o se, magari, la cosa derivi da una percezione anche un po’ creata ad arte.

Alcuni dati che sembrano indirizzare verso una lettura del PD come partito “classista” in effetti ci sono: le innumerevoli analisi del voto che individuano una diminuzione netta dei consensi nella classe operaia, nelle periferie, nelle campagne a dispetto di un incremento nei centri cittadini; l’incremento di consenso che le zone più popolari hanno attribuito a lega o al Movimento 5 Stelle, potrebbero essere in effetti tutti indicatori che, mantra onnipresente in ogni esame post sconfitta, il PD si sia allontanato dalla gente (qualsiasi cosa questa frase voglia dire). Non sarebbe del resto una gran sorpresa se una frase del genere fosse arrivata da una assemblea di circolo, o da una intervista presa in qualche piazza.

Il problema è che a parlare in questo modo è Romano Prodi, detto il Professore.

E’ un problema perché, a voler ben guardare come questo “mito” del partito dei ricchi è nato ed ha man mano preso piede, prima nei mezzi d’informazione, poi nella vulgata popolare, è abbastanza intuitivo ricondurre il tutto ad alcuni punti nodali.

Stiamo parlando ovviamente del periodo di Renzi segretario; fino a quel momento come abbiamo visto la problematica non era così avvertita, almeno da parte di Prodi, nonostante le elezioni politiche di quel 2013 fossero state abbastanza disastrose per il PD che, in vantaggio in tutti i sondaggi in campagna elettorale, aveva assistito abbastanza scioccato alla rimonta di Berlusconi ed al risultato sorprendente dei 5 Stelle.

Dopo quel momento nefasto, la nuova segreteria del PD, quella di Renzi appunto, è stata accolta con un favore iniziale, tanto importante fra la gente, quanto era marcato la diffidenza nei vertici del partito. C’è da dire che Renzi e i suoi hanno fatto ben poco per conquistare “cuori e menti” della vecchia dirigenza, per lo più trattata come zavorra di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.

La situazione economica del Paese era inizialmente tutt’altro che florida e le politiche economiche portate avanti da Padoan lasciavano poche speranze a chi sperava di far breccia nelle borgate popolari grazie alla spesa pubblica.

Non che qualche tentativo di sostegno alla domanda non sia stata fatta; provvedimenti come i vituperati 80 euro, il bonus cultura, il bonus per gli insegnanti, in fondo sono null’altro che questo, pur con i molti limiti di applicazione concreta dimostrati.

Allo “story-telling” renziano, termine altrettanto vituperato che gli 80 euro, si è iniziata a contrapporre una narrazione opposta, di un partito sempre più lontano dalla “gente”.

Pazienza se, in fondo, sui diritti sociali, dal fine vita, alle unioni civili, qualcosa di concreto sia stato fatto; pazienza anche se questa narrazione sia stata molto vantaggiosa per le opposizioni, Lega e 5 Stelle forti della verginità dovuta a non aver mai appoggiato alcun governo tecnico in testa a tutti.

Il problema reale è che questa narrazione ha iniziato ad essere patrimonio anche di una parte dello stesso PD, in parte (forse) per convinzione, in parte (probabilmente) per sistemare alcuni conti in sospeso.

Che il PD si fosse trasformato nel partito delle banche (e dei banchieri) è stato uno dei motti nati dopo la vicenda Banca Etruria e sposato anche da una parte della minoranza interna, la stessa che, in quel momento, era ben disposta a far fuori il PD stesso, pur di far fuori (politicamente, s’intende) Maria Elena Boschi.

La cosa è talmente banalmente vera che, da un lato le questioni personali del padre della Boschi si sono rivelate penalmente del tutto irrilevanti e, dall’altro, il “Governo del cambiamento”, messo di fronte a nuove crisi bancarie, ha reagito copiando (ma sarebbe meglio dire plagiando) in toto, i provvedimenti del precedente esecutivo.

La questione “banche” è solo una di quelle che hanno contribuito a creare quest’immagine snobista del partito; una altra, ad esempio, è stata l’avversione spinta che i sindacati di categoria hanno avuto verso “la buona scuola”, una riforma con dei limiti, certo, ma anche con alcuni punti interessanti, e nata da un presupposto doveroso (anche se in parte disatteso): stabilizzare i molti precari del comparto.

Difficile dire quanto in quella avversione ci fosse una reale convinzione del mondo sindacale, e quanto invece abbia contribuito una mera “lotta di potere” sul controllo del Ministero in cui, da sempre, le forze sindacali avevano dimostrato grande influenza. Sta di fatto che dopo la nomina della nuova Ministra (Fedeli), personaggio di diretta derivazione sindacale, la polemica si è man mano acquetata.

Il danno era tuttavia già stato fatto: quei motti, lanciati a volte per questioni interne di schieramento, hanno attecchito sull’opinione pubblica, diventando per di più le parole d’ordine di Lega e 5 Stelle. Ormai qualsiasi cosa nascesse dai banchi del Governo diventava automaticamente un provvedimento in favore di qualche élite o potere forte: ma vogliamo parlare della “annosa questione” dei sacchetti di plastica bio?

In tutto ciò, sia chiaro, Renzi e i suoi non sono privi di responsabilità: quantomeno non hanno capito fino in fondo la pericolosità che rivestiva il gestire le questioni con la minoranza interna con sufficienza e superiorità; non hanno nemmeno percepito fino in fondo, almeno all’inizio, quanto la narrazione della conduzione elitaria stesse realmente attecchendo in certi strati di paese; hanno aperto troppi fronti, sopravvalutando le proprie forze. In pratica si sono fatti prendere da quella che in termini cestitici verrebbe definita “sindrome della mano calda”: quando vinci ti autoconvinci che puoi solo continuare a vincere.

Ecco perché quello di prodi è stato un inciampo notevole: perché lui, dalla propria posizione di “padre nobile”, dovrebbe per primo rifiutare la tesi del “partito dei ricchi” resistendo alla tentazione di buttar via anni di esperienza del partito per eliminare alcune figure protagoniste di quegli anni; dovrebbe, in sostanza, parlare da professore, se vuole riappropriarsi di un ruolo che storia e capacità certamente gli danno.

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